Economic impossibilities for our grandchildren
Nel suo capolavoro Brave New World (Il Mondo Nuovo), lo scrittore inglese Aldous Huxley immaginava un mondo distopico orientato al consumo sfrenato. In questo universo fittizio tutte le religioni sono state sostituite dal fordismo (una religione dedicata all'omonimo industriale americano), tutti portano nomi di pensatori materialisti e positivisti (come il protagonista Bernard Marx), tutti gli esseri umani vengono coltivati artificialmente secondo criteri eugenetici e ogni atteggiamento anti consumistico o antimaterialista viene perseguitato dalla legge. A capo di questo ordine mondiale Huxley pone un uomo di nome Mustapha Mond, che nelle pagine finali del libro illustra il perché un regime del genere sia stato creato e quale sia il pensiero reale dietro alle persone che lo amministrano. Mond si lancia in una serie di spiegazioni sul perché l'edonismo, l'eugenetica e l'oppressione siano l'unico modo di reggere l'umanità, soffermandosi a un certo punto sul tema della durata della giornata lavorativa. Nel Mondo Nuovo l'economia è perfettamente pianificata da un'élite mondiale che conosce i bisogni reali di consumo della popolazione e dispone di una tecnologia iperfuturistica che le consentirebbe di soddisfarli con ridottissimi orari lavorativi, ma che sceglie consapevolmente di mantenere una giornata lavorativa sostanziale perché sa che, con troppo tempo libero a disposizione, gli esseri umani impazzirebbero, perderebbero il senso della propria vita e nessun intrattenimento né possibilità di consumo offerta dal mercato sarebbe abbastanza per soddisfarli. Copertina originale di Brave New World, 1932 Quella di Huxley è una distopia, uno scenario immaginario scritto nel 1932, ma il riferimento alla possibilità della riduzione dell'orario lavorativo era estremamente rilevante e realistico già negli anni Trenta come oggi. In un articolo del 1930 intitolato Economic Possibilities for our Grandchildren, l'economista John Maynard Keynes affermava che nei cento anni successivi il progresso tecnologico avrebbe moltiplicato le ricchezze e la produttività per lavoratore al punto in cui sarebbe stata sufficiente lavorare una quindicina di ore a settimana.
Keynes è uno dei più eminenti pensatori della prima metà del XX secolo e parlava con cognizione di causa, ma sta di fatto che oggi, a quattro anni dallo scadere della sua profezia, sembra abbastanza evidente che ci terremo la giornata lavorativa da otto ore ancora a lungo. Anzi, in molte nazioni sviluppate come gli Stati Uniti, secondo alcuni studi si lavora persino cento ore all'anno in più rispetto agli anni Settanta. Il trend profetico però continua: in tempi molto più recenti Elon Musk ha dichiarato che nel giro dei prossimi quindici o venti anni l'intelligenza artificiale renderà il lavoro quasi facoltativo. Sull'onestà di questa previsione possiamo dubitare più che di quella di Keynes poiché, nella sua condotta personale, il CEO di Tesla ha spesso richiesto orari lavorativi durissimi, come nella sua breve esperienza nel governo americano alla guida del DOGE, ma dobbiamo riconoscere che il ragionamento risponde più o meno sempre alla stessa logica di fondo. Sarebbe davvero logico pensare che, se cinquant'anni fa un lavoratore produceva una certa quantità di beni in otto ore e oggi quella medesima quantità potrebbe produrla in tre grazie alle migliorie tecnologiche, si potrebbe ridurre la sua giornata lavorativa. Chiaramente però non è andata così. Si potrebbe provare ad attribuire la colpa di questo unicamente al nostro sistema economico, che privilegia una produzione il più abbondante possibile senza una pianificazione più ampia, ma anche in sistemi attentamente pianificati, dove il consumo dei cittadini era controllato e spesso limitato come in URSS e in altri regimi socialisti, non si è mai realmente scesi sotto la giornata di otto ore. Si potrebbe allora semplicemente ammettere che, per via del sistema competitivo del mercato, ogni forza produttiva va sfruttata il più possibile e le ore di lavoro rimangono necessarie. Eppure in diversi casi, particolarmente in Islanda e nel Regno Unito, sono stati condotti esperimenti di riduzione dell'orario lavorativo che hanno prodotto un aumento complessivo della produttività, dimostrando come in molti contesti un orario ridotto potrebbe addirittura essere benefico per le società disposte ad attuarlo. Con l'avvento dell'intelligenza artificiale, si parla spesso di come il lavoro umano diventerà meno necessario di quanto non lo sia oggi e, comprensibilmente, molti ipotizzano che allora si potrebbe anche lavorare di meno. A dire questo non sono degli sprovveduti, ma grandi economisti, imprenditori e statisti. È solo naturale allora che alcuni inizino a credere effettivamente che dal punto di vista economico i tempi sarebbero maturi per una riduzione della giornata di lavoro, scontrandosi però con la dura realtà dei fatti, ovvero che negli ultimi cento anni nessuna miglioria tecnologica o sistema economico alternativo ha portato a una sostanziale riduzione degli orari di lavoro. Le possibilità sono due. La prima è che Keynes e tanti altri venuti prima e dopo di lui si sbaglino e che il progresso tecnologico, per quanto esponenziale, ad oggi non possa consentire assolutamente un aumento del tempo libero. La seconda possibilità è che la tecnologia possa consentire un aumento del tempo libero, ma che esista qualche ragione al di fuori della sola necessità di soddisfare la domanda di beni della popolazione che non ce lo permette. In questo secondo scenario la previsione di Huxley si va concretizzando e, anche se non dobbiamo immaginarci un ordine mondiale di supercattivi che ci obbligano a lavorare ad oltranza come nella sua opera, dobbiamo iniziare a pensare alla possibilità che diversi elementi della nostra società o magari la nostra società intera considerino più o meno consapevolmente il lavoro come qualcosa di fine a se stesso a cui bisogna dedicarsi indipendentemente dal fatto che sia necessario o meno, e che emanciparsi dal lavoro sarà impossibile fino a che questa mentalità persiste. Accumulare progresso tecnologico che renda la diminuzione del lavoro possibile non è stato sufficiente: perché il lavoro prenda una posizione di secondo piano nella vita umana oggi servirebbe una nuova stagione di progresso culturale a fianco a quello tecnologico, e tutti possiamo solo sperare che arrivi presto.
Francesco Russo
Non basta pensarla bene
Tendiamo a riempirci la bocca di parole entusiastiche quando otteniamo delle vittorie, ma, in fondo, spesso non facciamo altro che gioire per delle mezze vittorie. Analizzando l’ultimo referendum, la vittoria del NO sembra per lo più l’esito del particolare momento storico e dei passi falsi comunicativi della premier Meloni; in virtù di ciò, secondo i sondaggi il paese è spaccato in due, e sembra che l’unica via attraverso cui la sinistra possa provare a vincere le prossime elezioni del 2027 sia attraverso la coalizione, il cosiddetto “campo largo”. Questa tensione sembra emergere con più evidenza se pensiamo a un altro referendum, quello su cui eravamo stati chiamati a esprimerci nel giugno 2025 sui temi della sicurezza sul lavoro e sul meccanismo di acquisizione della cittadinanza; analizzando quel referendum, la CGIL aveva ottenuto ben 4 milioni di firme affinché questo venisse indetto. Tuttavia, i votanti furono il 30% degli aventi diritto, dunque non sufficienti al raggiungimento del quorum, col minimo necessario del 50% +1 dei votanti.E allora, in fondo, quale è stato l’errore della sinistra? Come è possibile che i cittadini abbiano più a cuore il tema della magistratura rispetto ai loro diritti economici e lavorativi?Tra le risposte più plausibili possiamo immaginare quella dell’aver scelto una data estiva, ma soprattutto l’errore di comprimere in un solo referendum più tematiche diverse, con quella della cittadinanza ritenuta largamente divisiva per buona parte degli italiani.Parlando con i dati alla mano, nonostante il mancato quorum, lo spoglio delle schede di chi ha votato ha mostrato una netta prevalenza del SÌ su tutti i temi:
• Reintegro licenziamenti illegittimi (Quesito 1):circa l'89% di SÌ.
• Indennità licenziamenti (Quesito 2): circa l'87% di SÌ.
• Contratti a termine (Quesito 3): oltre l'89% di SÌ.
• Sicurezza e appalti (Quesito 4): netta prevalenza dei SÌ.
• Cittadinanza (Quesito 5):
sebbene i SÌ fossero in maggioranza tra i votanti (oltre il 60% in diverse sezioni campione), l'affluenza su questo tema specifico è stata giudicata inferiore alle aspettative iniziali.La sinistra ha spesso previsioni e sondaggi dalla sua parte nelle grandi città, soprattutto dei quartieri centrali e benestanti, ma il problema è che da tempo ha smesso di ascoltare le istanze di chi vive nelle periferie o nelle città di provincia
Alessandro Faloci
Odia il padrone, non gli ebrei (imbecille)
L'antisemitismo ha registrato un'enorme crescita negli ultimi anni. Questo è sicuramente in parte dovuto alle azioni del governo israeliano che, oltre a scatenare una nuova ondata di odio antiebraico, ha dato una plausibile scusa a vecchi strascichi di ondate precedenti per tornare a inquinare il dibattito pubblico. Ma ciò non basta a spiegare questa rinnovata ed estrema aggressività verso le comunità ebraiche mondiali, a prescindere dalle loro posizioni sull'attuale governo israeliano. Alla base del moderno (e non) odio antiebraico troviamo un'ascesa globale della destra e dell'ultradestra, a volte eclatante e schierata come quella di Trump, volte silenziosa e ambigua come quella meloniana, ma sempre populista e in cerca di capri espiatori a cui dare le colpe dei propri fallimenti. Eppure una cosa che ha in comune la sempre più grande cerchia di governi di destra nel panorama internazionale è il loro incondizionale supporto verso Israele e la lotta contro il loro “antisemitismo” (più spesso che no erroneamente inteso come odio verso Israele). Questa classe politica è stata portata al potere da una base popolare conservatrice e reazionaria che, nonostante le dichiarazioni contro l’antisemitismo dei suoi rappresentanti, rimane in buona parte legata alla “vecchia scuola” della destra quando si parla di stereotipi e pregiudizi verso la religione ebraica.
Frasi come “Gli ebrei controllano il mondo” sono diventate più che comuni su quasi ogni piattaforma online, dalle chat private ai post virali per infine arrivare ai commenti sotto ogni articolo giornalistico che sfiora anche lontanamente l’argomento. Certe comunità online lo chiamano “The big noticing” (“Il grande accorgersi”), riferendosi alla presa di coscienza, attraverso vari indizi, che il mondo sia controllato da una ristretta ed elitaria cerchia di persone di religione ebraica. Questa non è una “presa di coscienza” né una grande svolta nella lotta contro il marcio mondiale; è odio di classe deformato e mal diretto. Le credenze che la maggior parte della classe dirigente metta la kippah, che tutti i miliardari siano circoncisi e, nel dibattito statunitense, che gli aiuti economici e militari ad Israele siano il motivo della crescita dei prezzi e dell’aumento delle tasse non sono altro che un tentato (e fallito a metà) sguardo al problema di classe che, da sempre, non ha colore né religione.
Sì, esiste una classe elitaria che decide del destino del mondo ma non sono solo i miliardari ebrei, sono i miliardari, punto. Certo, uno dei motivi, non solo negli USA, dell’impoverimento dei servizi sociali e dell’enorme sforzo economico richiesto dalla persona media per il semplice diritto a vivere è l’enorme, e in costante aumento, spesa militare, ma non solamente quella volta all’aiuto di Israele. Tutte le colpe date dalla nuova generazione di antisemiti agli ebrei sono, in maniera molto simile alle vecchie generazioni, semplicemente problemi di classe. Quella che vediamo è una generazione di persone frustrate che si sentono sfruttate e sanno di essere controllate da una classe elitaria. L’unico problema è che alcune di queste persone, invece di comprendere il problema nel suo pieno e sviluppare una coscienza di classe, hanno trovato più semplice scaricare la colpa verso una specifica comunità, incoraggiate da recenti accadimenti come il genocidio a Gaza per mano israeliana, lo scandalo dell’isola di Epstein e il generale atteggiamento ambiguo e ammiccante della nuova destra verso i suoi antenati nazifascisti. Bisogna ricordare a questi sbandati che Israele è l’emblema e parte del problema, non l’interezza del problema in sé, e che per ogni miliardario ebreo ci sono circa sette miliardari cristiani che arrecano gli stessi danni alla società e al mondo. La stessa pochezza politica che permette all’attuale classe governante italiana di supportare Israele e le comunità ebraiche mentre ricorda con onore i suoi antenati nazifascisti, permette a una sempre più larga comunità di giovani di criticare il sistema, pur rimanendoci dentro e facendo il suo gioco, semplicemente dando la colpa a una comunità che a turno viene sfruttata come capro espiatorio, poi come araldo, poi di nuovo come capro espiatorio dal sistema stesso.
Giulio Pizzamei
Le Poesie de L'Orrore
Ai quaranta del Forte Prenestino
Amo il forte
Perché è fottutamente forte
Amo il forte
Perché è meravigliosamente forte
Amo il forte
Perché è inevitabilmente forte
Amo il forte
Perché mi rende forte
Cazzo, roba forte
Omar Feroci
Fondo
Tocco il fondo e mi dimeno per tornare su
Ho paura e non respiro, cerco un appiglio
Mi guardo intorno, ma zero, nulla a cui aggrapparmi.
E allora non mi resta che farmi cullare
Da queste onde che mi hanno trascinato sul fondale
Mi poggio ad una roccia poco più in la
Che forse, è qua, la calma che ho sempre rincorso
Yawn
Bagno nel Liquor
Di Mario Albanese
Cognizione di causa
Sebbene il suo tabagismo non fosse stato tra i più cronici, e sebbene non assumesse nicotina da ormai tre settimane, Angelo Borsa non riusciva ad interrompere la serie di tentativi, che si avvicendavano in lui per pulsazioni nervose, di distinguere la conformazione psichica “fumatrice”, che lo aveva avuto in suo potere sino a ventuno giorni prima, da quella odierna, insondabile nella sua natura, strana (si calchi sia nella lettura silenziosa che in quella ad alta voce questa parola: “strana”), priva di baricentro.
Si era sentito parte di un certo legendarium, di un cosmo non privo di mitologia, fatto di referenti vaghi quanto potenti nell’impressione ricevuta da chi un legendarium simile aveva approcciato, anche solo mentalmente. Era stato un Homo fumens (si perdoni in quest’istanza il latino maccheronico, ma lo stesso Angelo, senza pensieri articolati e col supporto di inconoscibili processi mentali era arrivato a darsi tale definizione), ora era un Homo e basta (trattenga la risata il lettore più irriverente). Aveva sperimentato un tipo di gestualità irripetibile in altre occasioni, aveva scoperto abitudini fra le più disparate, aveva registrato “archetipi” della plausibile riconoscibilità universale, dal fumatore in pausa caffè al fumatore accanito notturno; aveva trovato una singolarità primigenia, orientativa all’entità che si ritrova a dover muovere di comune accordo Io e corpo, l’aveva trovata nell’oggetto usa e getta che teneva tra le dita e l’aveva trovata nell’assuefazione, e dunque nella dipendenza dalla nicotina, come se non avesse potuto trovarla nell’alta tolleranza al caffè o, ancor peggio (diranno i salutisti, che Angelo ammirava ma faticava ad imitare), nello zucchero che nel caffè ancora trovava la sua naturale diluizione.
Erano state tre settimane insopportabili quelle che aveva passato da quando non apriva più la porta. Necessarie, certo, per “EMERGENZA NAZIONALE E INTERNAZIONALE”, ma tutt’al più insopportabili. Si era ridotta la premura, in lui presente inizialmente, di far visita a Rita -la donna del piano di sopra, che comunicava con l’appartamento di Angelo- ma non permeava consolazione nelle sue carni dal contatto umano quanto dal fumo dei fiori delle quattro piante di Cannabis Sativa che teneva nella piccola serra che aveva allestito in terrazza.
Non aveva smesso di fumare in toto, in effetti, si era solo allontanato dal tabacco.
Rimaneva quindi assorto sul divano, quel martedì pomeriggio, stringendosi alla convinzione di star riflettendo, quando nei fatti non riusciva a distaccarsi dallo schema mentale che si era imposto quale base per la sua riflessione, quello del “non pensare a nulla”. Eppure, continuava ad affiorare, e rimaneva sulla sottile linea fra il pensato conscio e quello inconscio (il pensato, cioè, apparentemente incausato) l’immagine di se stesso su una panchina, intento a fumare con disimpegno, immagine fortificata dalla locuzione verbale che la descriveva. “Fumare con disimpegno”. E non ci era mai riuscito.
Sentì un fremito, e l’assecondò irrigidendo i muscoli di braccia e gambe, la voglia irrefrenabile di schiaffeggiarsi, no, di prendere a testate il muro, fino alla fine.
“Non voglio perdere neuroni così, se devo continuare a vivere. E per uccidersi basterebbe buttarsi dal balcone”.
“Stop. Basta. Basta. BASTA”. Si alzò dal divano, camminò un po’ in salotto, avanti e indietro, per mostrarsi pensieroso all’osservatore invisibile. Andò in cucina, aprì la dispensa, la richiuse. Era vuota come prima, ma quell’oggi non faceva la spesa da un po’.
E’ una casa rimasta al secolo passato, ad un particolare lasso temporale che l’immaginario comune, senza rifletterci o dichiararlo apertamente, anche nei ragionamenti insonori dei singoli colloca poco prima dell’apice e della massima espressione estetica della più recente evoluzione del mondo.
Entrando si hanno di fronte agli occhi un corridoio ed una cassettiera. Volgendo il capo verso sinistra ci si può osservare su un ampio specchio corniciato, di poco successivo alla porta, su cui qualche scartoffia e ritagli di giornale sono stati fissati nelle due decadi che hanno preceduto quel martedì, con l’evidente risultato di un’immagine sempre parziale dell’attimo in cui vi si guarda. Un paio di volte Angelo ha pensato che gli specchi sono fotografie sempiterne, sempiterne nella misura che gli esseri umani hanno di eternità, finché non se ne perde l’ultima scheggia. E per un motivo o per un altro si è fatta una barriera, discontinua, di questa impostrice proiezione della realtà. Superando lo specchio e voltandosi a sinistra si accede a una cucina démodé, ammobiliata, soprattutto nei pressi della tavola “da pranzo”, con il gusto di una decade poco compianta dalla maggioranza. Le tapparelle abbassate in fondo alla sala filtrano la luce a mo’ di confessionale, ora che l’illuminazione artificiale è spenta. Il corridoio principierebbe oltre la cucina, svelando i punti d’accesso della stanza che fu dello zio prima, e di quella che fu dei nonni dopo.
Entrando a destra c’è l’angolo destinato ad essere salotto, con un tavolino centrale, una poltrona in pelle, e un contorno sulla muratura di quadri ricalcanti lo stile impressionista e di altri dipinti prodotti da sconosciuti autori postmoderni. Completano i contorni dello spazio scaffali appesantiti da pile di libri dalle pagine ingiallite sino ai colori del filtro di una sigaretta fumata.
O così li aveva pensati Angelo, di cui si riconfermerà l’ossessività anche oltre le ricorrenze di pensiero.
La sala è dotata di un altro salotto, in prossimità della televisione, a destra di quest’ultima è un pianoforte mezza coda. Una porta vetrata sempre chiusa limita la vista di uno spazio ospitante una scrivania ed un letto a castello, superando il quale si arriva allo studio.
Dall’altro lato del muro che racchiude la televisione si sviluppa un breve corridoio di giuntura a quello già visibile all’entrata. Per il breve corridoio si accede all’unico bagno della casa.
“Dev’essere stato una merda”, pensava Angelo, che poteva solo immaginare la quotidianità di una famiglia di sei persone.
Nello studio non ci andava mai. Era ancora disseminato di documenti la cui identità ad Angelo restava sconosciuta, e per la polvere si respirava a fatica l’aria viscosa, invisibilmente corpuscolare di un luogo che era stato sigillato (o quasi) per anni.
Continuava a pensare ai libri, ad un libro in verità, al primo che avrebbe letto durante la reclusione.
Ne aveva iniziato uno la prima settimana ma, per quanto si fosse ripetuto di star immettendo nella sua coscienza uno dei grandi capolavori della letteratura, non lo riapriva da allora. Era durato due giorni. La televisione la accendeva poco, per paura di sprecare energia, la maggior parte delle storie se le raccontava da solo. Alle volte riguardava il contenuto dei pochi DVD che possedeva, ma come si guarda sorgere e tramontare il Sole. Non tutto, non sempre il pensiero è impressione diretta dello stimolo esterno. Da più giovane aveva guardato molti film per “impegnare” il tempo, convinto di edificarsi al meglio come persona.
Gli venne fame. Non erano così prossime le ore che gli avevano insegnato essere più consone per il pasto serale. Ma quando si vive soli, e soprattutto fuori dal mondo, la convenzione perde i filamenti che la tengono in atto. Per Angelo un atto od un fatto privo di osservatori non esiste, a maggior ragione perché non gli è mai appartenuta la fiducia nella memoria.
Si alzò dalla sedia su cui si era seduto a mangiarsi le unghie. Si immise nel corridoio all’entrata, fermandosi a metà strada. Guardava la foto, compiacendosi del suo esser capace di momenti così profondi. Il mare non era inquadrato, ma l’ambientazione mediterranea traspariva dall’intensa luce solare impressa nell’immagine, dai colori caldi desaturati. Entrò nella stanza da letto dei nonni, girò la chiave nella serratura a sinistra del talamo, aprì la porta.
Restante l’animo nel pensiero
e la via illuminata nel gesto
Stante nell’occhio incorrotto il vero
Il sogno mortale è questo.
