Stelle di silicio e striscie di ketamina
Thomas Kuljaca
La cultura del meme nel mondo non è la novità più assoluta
Dimostra di essere umano
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Davide Piazza






Francesca Sbarra






Daniele Di Battista
Trailer
Le Poesie de L'Orrore
La gioia del rituale
L'orrore è un capello bianco
SIN TE TI ZZA TO
Bagno nel liquor
A cura di Mario Albanese
Assioma parte 2
(“Mamma, di cosa devo essere felice?”
Le sue giornate non avevano né inizio né fine. Avrebbe voluto che terminassero come si conclude in un
film un arco narrativo. Invece si dilatavano nell’opacità del reale.
“Guardo troppa televisione? Sono una cosa inutile? Ma non lo capisci che devo… assorbire? Sono una
spugna asciutta. Almeno nei film cambia qualcosa. Almeno nelle serie succede qualcosa, in quelle
buone. Mi dici sempre che non c’è nulla di cui preoccuparsi, o che non sono nata nel terzo mondo. Ma
qui qualcosa stona comunque. E non è malinconia, non è tristezza momentanea… non è un momento.
Non so dove andare, non so cosa fare, non so cosa voglio. Le uniche cose che associo al “volere” sono
la fame… e le canne forse. Magari le sigarette… ogni tanto… più spesso di quanto ti direi. Ma mi
tolgono il fiato.
Non c’è nulla di cui preoccuparsi… ma non c’è nemmeno nulla da ridere. Quanto mi stanno sul cazzo
gli americani per cui ogni interazione sociale è una cantilena.
Mi hai detto che sono una cosa inutile. Mamma, ma di cosa devo essere felice?”)
Pensava senza formulare frasi. Sapeva il significato dei pensieri che, momento dopo momento, le
salivano sul capo, ma non riconosceva in questi il susseguirsi logico delle parole. Come nella vasca:
pensava per immagini. Sapeva cosa avrebbe voluto dire a sua madre in quel momento, se l’avesse
trovata di fronte a sé, ma, per un misto di pigrizia mentale e di non ammessa mancanza di espedienti,
non si poteva abbandonare al verboso flusso di coscienza che sopra vi ho esposto al fine di tradurre un
sentire di Ludovica, che pure viene tradito dal linguaggio convenzionale.
Elemosinò un’amica e due amici entro le 21.00, riuscendo a fissare l’incontro per le 22:30 in un bar
all’incirca a metà strada fra le varie residenze. Prese l’autobus poco prima delle 22:00 con l’ansia di fare
ritardo, ma giunse al bar in anticipo e rimase poco fuori quest’ultimo in attesa della compagnia per un
buon quarto d’ora prima che venisse rotta la sua solitudine (solitudine che quella sera, alla fin fine, non
venne mai del tutto annullata per come Ludovica l’aveva percepita durante il giorno). Alle 22:43 avvistò
Luisa dall’altro lato della strada. Fremette.
“Vabbè se gli stronzi non arrivano intanto entriamo”. Luisa non rispose. Il non detto lasciò intendere a
Ludovica di dover fare strada, prima ancora che ne avesse acquisito l’implicita consapevolezza.
Il posto era in tenuta squallida ma non troppo squallidamente popolato. Ludovica e i due stronzi ci
erano finiti quasi per caso su iniziativa dello stronzo più grande una volta che quest’ultimo non voleva
far altro ubriacarsi. Iniziarono con una birra per inaugurare una scalata progressiva verso l’ebbrezza,
però la chiesero forte. Nel posto si poteva fumare al chiuso, e alle due sembrò un’occasione imperdibile
per sentirsi nel secolo scorso; non se lo dissero, ma lo pensarono entrambe.
“Be’? Che stai a fa’ ‘sti giorni?” “Ma… ti devo dire…” “Ma che hai Ludo?” Luisa chiedeva con
espressione accigliata, di derivazione arcigna per i più, ma non ingannevole per Ludovica, che ci vedeva
un sintomo dell’affettuosa preoccupazione di chi è ignorante e vuol sapere. “Ti senti mai… ma no il
fatto è che…” come glielo doveva spiegare? Che cosa c’era da spiegare? Che cosa, esattamente, avrebbe
dovuto, voluto spiegarle? “Non lo so. Non voglio fare nulla… non mi va di fare nulla”. “E vabbè, ma
tanto che devi fare? Hai tutto il tempo del mondo per dormire e fumarti…” incespicò “i… i
tromboni… ti puoi pure ubriacare tutte le sere… che tanto la vita è breve…” c’era entusiasmo nelle
ultime parole di Luisa. “Più breve se ti ubriachi tutte le sere…” rispose Ludovica, e Luisa sorrise. “Non
lo so…” Ludovica parlava cercando di distogliere lo sguardo dall’amica, se non proprio chiudendo gli
occhi e abbassando il capo per qualche secondo. “Non è questo… in questi giorni… mi sento poco
umana. Mi sembra di non essere in vita”. “Madonna, ma lo vedi che sgravi?” Luisa le accarezzò la mano
destra. “Ti stai facendo i complessi per nulla” “Be’ sì. E’ per questo che non so che dire”. Nell’istante
successivo all’ultima lettera pronunciata da Ludovica, che presupponeva una difficile risposta, Luisa si
accorse della chiamata sul suo cellulare da parte di Andrea, lo stronzo più piccolo.
“Scusa un attimo amo’”.
Gli stronzi varcarono la porta del “Mery’s” alle 22:59, ubriachi. La squadra per la serata si era
assemblata. “Ciao” bacetto sulla guancia destra, bacetto sulla guancia sinistra, “Come state?”, “Alti e
bassi” rispondeva sempre Ludovica, senza aspettarsi qualcosa in contrario dai soggetti in questione,
men che meno in quel caso. Gli stronzi si presero da bere e si sedettero non prima di essersi accesi una
Lucky Strike a testa. Giacomo, lo stronzo più grande, interruppe la conversazione da poco principiata
degli altri tre membri del gruppo, che era scaduta nella più totale denigrazione del loro professore di
filosofia.
“Allora? ‘Namo a balla’?”
L’affermazione di Giacomo divenne proposito e obiettivo di tutti sin da subito, ma si fu d’accordo sul
fatto che senza bere non si poteva andare da nessuna parte. Ludovica bevve un’altra birra, pisciò, poi
accompagnò una sigaretta all’assunzione del primo Gin Tonic. Iniziò a salire.
“Ma voi state ubriachi?” “Eh be’, direi!” Le risposero in un coro scoordinato Giacomo e Andrea.
Alle 23:45 circa Ludovica e Luisa stavano per bere un secondo Gin Tonic.
“Mi riaccompagni un attimo in bagno?”
Una volta che l’apparato escretore delle due giovani ebbe adempito al suo scopo (non ci si aspettava il
contrario), Luisa si riallacciò al discorso di prima: “Comunque devi stare tranquilla… adesso andiamo a
ballare, ci ubriachiamo un po’ di più… magari incontri un bel ragazzo…” Le ultime quattro parole le
pronunciò con un tono riconducibile allo stereotipo della suadenza.
Finirono il Gin Tonic, presero uno shot di Montenegro, quindi si trasferirono alla fermata dell’autobus,
soggette alle lamentele di Giacomo riguardanti la possibilità (non priva di innumerevoli precedenti) di
portarsi appresso una qualche bottiglia di plastica con dentro qualche altra cosa da bere.
Poco dopo la mezzanotte e mezza erano miracolosamente alla volta del “Kush”. L’equilibrio fra la
componente maschile e femminile del gruppo e l’ora non troppo tarda permisero un rapido accesso al
locale notturno.
Altro shot perché non le era salito o, se stava salendo, ci stava mettendo troppo. Ludovica si rese conto
di essere felice, all’improvviso, come ci si rende conto di avere un insetto posato addosso. Ludovica si
rese conto che Giacomo la faceva ridere, e capì di essere ubriaca. Dalla sovraffollata sala principale
partivano due scalinate parallele, che conducevano a un terrazzo, dunque all’area fumatori. Scelse quella
via in preda a una frenesia che lì per lì non avrebbe saputo spiegarsi (a questa sua mancanza potrà
sopperire il lettore), e alle 00:47 tutti i suoi amici aveva lasciato da parte, senza aver loro concesso il più
flebile barlume di un ballo di gruppo. Le aveva contate spasmodicamente prima, le sue sei sigarette, e da
naufraga nel centro di Roma le guardava, e le pensava come i più sostanziosi dei viveri. Della sestultima
fumò la metà, il resto lo lasciò inavvertitamente bruciare, poi – perché no? i soldi li aveva- si prese un
Rum e Cola. Riscese giù e per un momento, agli ultimi scalini, si rese conto di aver corso il rischio di
cadere. Cercò i suoi amici. La felicità che l’aveva percossa prima veniva ora puntuata come spartiacque
fra la vacuità del giorno e la vacuità della notte. Rilassò il corpo per scrollarsi di dosso un’intermittenza
nevrotica, tutta mentale, e le venne voglia di tornare a casa.
Ci si permette con quest’istanza di interrompere nuovamente la narrazione.
Che cos’è la discoteca? Che cos’è, più in generale, la vita notturna? La movida? Perché l’uomo (il
singolare non racchiude tutta la specie) preserva la sua coscienza all’esaurirsi della luce quotidiana, per
poi smussarla e catapultarla in un andirivieni instabile che chi non ha mai provato, o che chi ha provato
senza capire, trova vuoto e inutile? La risposta semplice è che dipende. L’elemento trainante la
moltitudine non può che essere, a prima indagine, la tendenza generalizzata a seguire la massa. O si
tratta di non stare soli nel rifuggire l’esperienza che più nell’ordinario anticipa la morte, il sonno? E
ancora non si è parlato della pulsione variabile, ma tremendamente pervasiva per la maggioranza, verso
l’accoppiamento. In ogni caso, se nell’incipit di questo racconto si è detto che non si vuol fare la morale
a nessuno, non sarà questa l’occasione per venir meno a questo proposito, sia pure perché il narratore
che di se stesso, per la natura del testo, non vorrebbe, né dovrebbe parlare- non è esente da “colpe” per
quanto riguarda la sopra detta “vita notturna”.
C’era qualcosa di assurdo nell’idea del “far serata” se Ludovica decideva in questo pensiero di
arrovellarsi. Che cosa cerchiamo? Cerchiamo solo di scopare? Stando a guardare il tipico frequentatore
di sesso maschile di locali notturni, ravvisava una chiara relazione di causa-effetto fra le supposte
intenzioni dell’individuo e il luogo dove questi si era portato, stante per causa la voglia sana e congenita
di scopare, e per effetto l’essere andato in discoteca, “dove tutte le tipe vanno per lo stesso motivo
nostro” avrebbe pensato un maschio secondo il parere di Ludovica.
Fra le digressioni del narratore resterebbe da sciogliere, fra le incognite più evidenti, quella riguardante
l’alcool e il patto non scritto (e formulato millenni fa) fra l’uomo e questa sostanza, ma su questo punto
si potrà tornare in seguito, se ora vi si è solo accennato.
Non trovando i suoi amici Ludovica si arrestò. Nella ricerca non aveva pensato altro che bestemmie ed
originali modi di inveire contro gli avventori che le ostruivano il passo. Ora si fermava sul ciglio della
pista e ricordava senza volerlo l’ansia che le avevano causato le ultime interrogazioni di quell’anno
scolastico. Si mise a ballare, senza pretese. L’imbarazzo iniziale fece spazio a un’incredibile libertà
mentale, intorpidita e convulsa per lo stato di alterazione in cui si trovava.
Poi lo vide.
Se fosse stato il responsabile della pressione poco prima sentita sul fianco destro non poteva dirlo, per
quanto le sembrava probabile. La stava per superare passando da destra, poi aveva parlato (fingendo,
secondo Ludovica) con quello che doveva essere un suo amico, che si trovava di fronte alla ragazza, per
un minuto o poco più. Ora l’amico si era allontanato (previa, tutto sommato evidentemente, da parte di
Lui la richiesta di farlo), e Lui le si avvicinava.
“Come ti chiami?” Ludovica rispose, e continuò a ballare. “Quanti anni hai?” Ludovica rispose e gli
porse le mani.
Il bacio sembrò subito fallimentare nell’agire di Lui, agire che sin da subito Ludovica sapeva a cosa
fosse finalizzato. Lui metteva la lingua, lei rispondeva coi denti. Continuarono senza demordere, ché
forse ancora ne avrebbero ricavato qualcosa di buono. Ma Lui insisteva, e lei non poté che cedere.
La portò in bagno convincendola che gliel’avesse chiesto lei. Iniziò a toccarla, lei iniziò a toccare Lui.
Cercò di pensare che finalmente succedeva qualcosa, in quest’inutile esistenza, ma le parole non si
componevano, e non bastavano le immagini per delineare quello che con tutta se stessa avrebbe voluto
imprimersi in testa. Ora era stanca e avrebbe voluto essere eccitata. Lui le toccò i seni, dapprima come
per prenderne le misure, poi con la mano destra iniziò a strizzare, e con la sinistra discese il fianco
destro del suo corpo e le toccò il culo. Le slacciò i pantaloncini e con una certa delicatezza (va detto)
fece scivolare due dita nella sua intimità. Le girava la testa ma la testa era vuota. Se solo i ciechi sanno
cosa voglia dire non vedere nulla, è certo che in quel momento il connubio fra sensi e mente di
Ludovica era incapace di produrre alcunché, non un pensiero, non un’intuizione, nulla. Voleva
stropicciarsi gli occhi, ma le mani, che da un paio di minuti teneva sulle spalle di Lui, non sembravano
rispondere ai suoi comandi. A tratti le si sfocava la vista. Poi non fu più nulla, lei, tutto ciò che
costituiva la sua coscienza e la sua attività cerebrale, si svuotò in uno sbalzo. Sentì un vuoto d’aria, ma
lo sentì sul capo. Era ubriaca marcia. Nello spazio incolore che attraversava senza traslarsi nello spazio
concreto balenò una soluzione, si realizzò e si costituì la schiera dei suoi amici, lì, in mezzo al nulla,
senza parole, senza che Ludovica ne potesse vedere il volto. “Devo tornare dai miei amici”, avrebbe
voluto dire, ma la via per uscire dal bagno era sbarrata da un pene eretto, Lui si era slacciato la cintura,
aveva abbassato la cerniera, si era lasciato scendere le mutande sino alle caviglie. Le accompagnò
dolcemente la mano sul membro.
In quel momento con uno sforzo immane, che eppure riuscì a compiere nell’arco di una frazione di
secondo, sibilò il primo: “No”. Lo fece gemendo, e con le mani riprese a carezzarlo sul corpo. Fece per
girarsi, ma come se alle spalle non avesse avuto un cesso e ancor più dietro un muro, fece per girarsi
come per cambiare stanza, per spostarsi da camera sua al salotto. Lui la accompagnò ancora una volta,
teneramente, più teneramente di prima, bisbigliando verbi seguiti da aggettivi, già gemendo, ma carico
di vergogna. Lei si lasciò accompagnare, chinò il capo e la schiena e le spalle le diede a Lui
completamente. Lui fu dentro di lei. Lei si dovette portare altrove, non coscientemente, né perché
provava piacere.
Il mattino dopo si sentiva sporca, come nella vasca.
