Stelle di silicio e striscie di ketamina

E’ il primo lunedì di settembre del 1990 e a Black Rock City sta bruciando un falò gigantesco, si tratta del primo Burning Man, un festival nato per celebrare tutta una serie di idee rimaste nell’underground durante gli anni 80 e che, traendo spunto da un appena nascente revival della cultura hippie e degli anni 60, si erano consolidate nel movimento New age; a quelli che erano stati i canoni del movimento hippie (amore libero, liberalizzazione delle droghe…) si aggiungono tutte una serie di nuove idee legate al nascente internet e alla promessa di liberazione digitale che al tempo (la breve parentesi tra la fine della guerra fredda e l’11 settembre) sembrava essere lo sviluppo naturale del mondo. Proviamo a fare un salto di 35 anni ed a confrontarci oggi con quelle stesse idee: le troveremo del tutto appassite, plastificate e messe in vendita. Quello che il secolo scorso sarebbe stato un frequentatore medio del Burning Man, al giorno d’oggi è un millenial benestante e bianco della West Coast, magari impiegato nell’ hi-tech e alla ricerca di una breve fuga empatogena dalla routine; non stiamo necessariamente parlando di Satana ma l’individuo sopra descritto non riflette esattamente i valori alternativi per cui il festival è nato. Riconducendo il movimento al suo stato iniziale non sembra difficile individuare le radici di quello che oggi ci troviamo sotto gli occhi: si trattava infatti di una specie di brodo primordiale di idee più che di un vero movimento. Certo il vibe era vagamente di sinistra, ma non mancavano al “movimento” frange riconducibili a gruppi e idee fondamentalmente di destra, per i quali le distopie cyberpunk Dickiane o Brunneriane erano obiettivi ai quali aspirare, iperstizioni da realizzare alla ricerca di un anarco-capitalismo tecnocratico: tecnologia e potere corporativo sopra tutto, sopra tutti. Negli anni’90 questa visione del mondo sembrava assurda ai più, 35 anni dopo è quasi assimilabile alla realtà; non è d’altronde difficile capire perché i nuovi miliardari dell’hi-tech abbiano abbracciato, sponsorizzato, coltivato consciamente e pubblicamente idee che promettevano loro potere assoluto sulla società. In questi 35 anni sono cambiate molte cose: andare in giro con le mutande di fuori non va più di moda, è quasi impossibile trovare un pezzo rock in cima alle classifiche, Quentin Tarantino ha smesso di fare film e il cuore economico (e politico) degli Stati uniti si è spostato da New York verso la Silicon Valley, andando a favorire gli interessi di quei nuovi miliardari nati dal boom e dal successivo crack del .com che avevano fatto fortuna non con l’hardware (alla Steve Jobs) ma stabilendo quelli che con il tempo si sono andati a consolidare come veri e propri feudi digitali (Google, Meta…). Questo ristretto gruppo di persone, senza produrre niente, ha monopolizzato a tutti gli effetti il web. Chi sono allora questi nouveaux riches e cosa vogliono fare con il mondo? La campagna elettorale di Donald Trump è stata finanziata per 1/3 (700 milioni di dollari, il doppio di quello che hanno racimolato i democratici dagli stessi) dai cosiddetti “megadonors” (persone in grado di sborsare centinaia di milioni di dollari per supportare il proprio candidato favorito); è chiaro insomma dove risiede la fede politica dei miliardari americani. Certo non c’è da stupirsi che i ricchi votino (e soprattutto donino) a destra; ciononostante negli ultimi 15/20 anni vi è stato un cambiamento radicale nella mentalità dell’1%, uno spostamento verso dinamiche più utilitarie (per gli scopi dei suddetti, non della società in generale) e certamente più autoritarie, misure necessarie per mantenere alti i margini di profitto in un sistema che produce sempre meno; a ciò segue anche un cambiamento nella visione collettiva di chi sia un multimiliardario: non più un azionista in giacca e cravatta che pippa cocaina, ma un “visionario” (strafatto di ketamina) che sembra possedere una sola t-shirt e un solo paio di pantaloni. E’ proprio questo culto della personalità, quello del “genio visionario”, accuratamente coltivato da molti di questi personaggi (Musk su tutti, almeno fino a qualche tempo fa), il segno più lampante del cambiamento avvenuto: vi è, come non vi era mai stata, la pretesa da parte di questi attori di elevarsi a figure messianiche, ai quali è al contempo lecito controllare tutto, possedere tutto, trarre profitto da tutto. A questo mondo si possono vendere solo due cose: le merci e le informazioni, e ad oggi le informazioni sono più profittevoli che mai; sono le nostre informazioni personali- l'”affitto” che paghiamo per essere online (su X o sulle app di Meta, ma anche semplicemente su Google)- a tenere a galla queste aziende, che generano profitti vendendo queste informazioni a soggetti interessati a manipolarci nel comprare qualcosa oppure, perché no, indurci a votare per qualcuno piuttosto che per qualcun altro, questo senza contare che gli stessi algoritmi usati per conoscere alla perfezione le nostre preferenze possono essere usati per cambiarle, sottilmente, senza farcene rendere conto. Si configurano così potentissimi strumenti di manipolazione e controllo dell’opinione pubblica, rendendo quello stesso web, che sembrava araldo di un’era di totale libertà, un asettico, sciatto, scialbo deserto corporativo, una fabbrica di alienazione e conformismo e, per la gente “giusta” una fottuta macchina stampa-soldi. L’arrivo negli ultimi anni dell’IA generativa non ha fatto altro che esacerbare la questione, inondando la rete di sbobba (slop) e rendendo in tal modo sempre più difficile l’operazione di discernere cosa è effettivamente reale; resta inoltre dubbia l’effettiva utilità per la specie umana di questi chatbot sicofanti, per i quali al momento consumiamo centinaia di tonnellate di CO2, e che ci stanno dimostrabilmente rendendo più stupidi. Con l’IA questi oligarchi ottengono uno strumento che gli permette di possedere la realtà, non più solo di manipolarla, eradicando così ogni dinamica che possa seriamente mettere in discussione il loro potere, inondando il mondo (oramai non più solo quello digitale) di melma, di spazzatura, di rumore: abbastanza da soffocare le grida di protesta (viene in mente in questi giorni il caso di un deepfake di Peter Magyar creato dai lacchè di Orban per screditare l’oppositore). Si potrebbe dire dunque che il capitalismo è morto e che è stato sostituito da qualcosa di molto peggio, Varoufakis definisce questo sistema tecnofeudalesimo, proprio in virtù del fatto che non vi è più una vera libertà da parte del consumatore di scegliere a chi affidarsi per un determinato servizio, di scegliere in che feudo risiedere; egli produce i contenuti che poi in seguito consumerà e il feudatario ritira l’affitto sotto forma delle informazioni del produttore-consumatore, perpetrando questo circolo vizioso. Cyberpunk E barbarie.
 
 
Thomas Kuljaca

La cultura del meme nel mondo non è la novità più assoluta

La cultura del meme nel mondo non è la novità più assoluta, si potrebbe anzi dire che esista da sempre e che non con l’arrivo dei media di grande diffusione non abbia fatto altro che acquisire una spropositata risonanza. Fatto sta che, nel giro stretto di un decennio, ha totalmente cambiato peso, misura e (in un certo qual modo) qualità. Se prima il meme (potremmo definirlo “proto-meme”) era frutto di una cultura massificata sì, ma canalizzata nell’imbuto televisivo (un esempio tutto nostrano potrebbe essere la pubblicità fittizia del Cacao Meravigliao ideata da Renzo Arbore e Nino Frassica per il programma Indietro Tutta negli anni ‘80), con l’avvento di Internet ci si inizia subito a distaccare dalla visione generalizzata dei media unici e si assiste di conseguenza alla nascita di un Lingo tutto nuovo, ancora non abbastanza battuto, ma abbastanza semplice da interpretare (spesso erano immagini o video che si riferivano a comicità reletable o situazionale), che avrà il suo vero e proprio exploit con social quali MSN e Facebook tra l’inizio del 2000 e gli anni ’10 del nuovo millennio. Ad oggi, la nascita di infiniti siti e social più disparati ha reso la proliferazione dei meme schizofrenica e senza freni.
Indice della sregolatezza che da anni ha ormai imbevuto la cultura del meme è lo SHITPOSTING (letteralmente “Postare merda”), un parente non distante del nonsense intriso di una quantità di strati di comicità che è impossibile dipanare con un solo sguardo, per quanto questo possa essere attento.
L’avvento dell’IA generativa ha dirottato la direzione attuale dello shitposting preferendo alla pazzia umana (non ci sono più i memer di una volta) l’AI Slop (letteralmente “Poltiglia IA”, riferita sia ad informazioni che immagini fagocitate e rivomitate sempre più corrotte dall’intelligenza artificiale). Il più grande esempio di AI Slop di successo ad oggi è, e rimane, il Brainrot Italiano che ha segnato il 2025 con le sue frasi oscene e immagini di animali fusi con oggetti, oltre ad esser divenuto virale in tutta la scena memica ed internettiana globale, tanto da aver creato una vera e propria mania collezionistica di ninnoleria (e persino teatrale!) legata a quella che di fatto rimane un’idea divertente per i soli primi 5 secondi in cui viene pensata. Quindi, anche per lo shitposting è finita? I robot hanno vinto? La fortuna è che l’uomo è ancora forte e che sa perfettamente muoversi a briglie sciolte, il mondo è ancora pieno di assurdità e pessime idee che se riorientate possono diventare divertenti e di vecchie foto di personaggi famosi che con un po’ di contrasto ed un po’ di frittura (ossia di aggiunta di strati di effetti su una singola immagine tanto da renderla quasi patinata) possono far ridere delle masse distratte e annoiate dalla morte della nostra società. Il meme non narcotizza, il meme anestetizza e, con la giusta dose di attenzione, può anche smuovere.
 
 
Emiliano Santoni

Dimostra di essere umano

Ormai viviamo in un mondo in cui google è diventata parte integrante delle nostra vite e uno strumento quasi indispensabile, permeando quasi ogni aspetto digitale. per lavorare, ci serve google; per inviare una mail, ci serve google; per orientarci, o usiamo google o ci perdiamo; per fare l’accesso a un sito, dobbiamo inserire le credenziali di google. Riassumendo, non ci è permesso svolgere il nostro lavoro, il nostro studio e le nostre attività senza dare in pasto i nostri dati e le nostre informazioni alla grande azienda. Tutto ciò però, nella maggior parte dei casi, è obbligatorio, poichè ci ritroviamo vincolati al momento dell’accesso, in cui oltre ai nostri dati, ci viene chiesto di superare un test che conferma il fatto che non siamo dei robot, anche detto reCAPTCHA. Ma partiamo dal principio: in breve, cosa sono i reCAPTCHA? I reCAPTCHA sono un servizio gratuito di google che protegge i siti web da spam, bot e abusi, distinguendo gli utenti umani dai programmi automatizzati. Utilizzano test avanzati (clic su caselle, riconoscimento immagini o analisi comportamentale invisibile) per verificare l’autenticità dell’utente, migliorando la sicurezza di accessi e form. Quasi ogni utente di Internet ha familiarità con i reCAPTCHA. Per molti sono solo un’imposizione fastidiosa, ma dietro a questi clic apparentemente banali si nasconde una dinamica più profonda legata allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Inizialmente il sistema reCAPTCHA è nato come evoluzione dei classici CAPTCHA, per distinguere utenti umani da programmi automatici e proteggere siti web da spam o accessi indesiderati. La versione iniziale, sviluppata negli anni 2000, non si limitava a verificare che fossimo umani, ma veniva usata per digitalizzare testi e archivi difficili da leggere, sfruttando l’interpretazione umana dei caratteri che i software non riuscivano a decifrare. In pratica, ogni volta che risolvevamo un reCAPTCHA, stavamo aiutando a trascrivere parole che l’intelligenza artificiale o il software non potevano riconoscere da soli. Con l’avvento di reCAPTCHA v2 e in particolare tra il 2014 e il 2017, Google ha iniziato a chiedere agli utenti di identificare oggetti in immagini reali (come semafori o automobili). Secondo diversi osservatori, queste attività non servivano solo a verificare l’essere umano, ma etichettavano grandi quantità di immagini reali utili per addestrare modelli di visione artificiale. In altre parole, mentre milioni di persone facevano clic per confermare di non essere robot, quei dati venivano utilizzati per “insegnare” ai sistemi di machine learning come riconoscere oggetti del mondo reale. In effetti, questo uso del lavoro umano è stato descritto da più fonti come un modo per ottenere “milioni di ore di capacità cognitive” degli utenti gratuitamente, convertendole in dati utili per l’allenamento di sistemi automatici. Nel 2015 esplose una polemica da parte di Gabriela Rojas-Lozano, una cittadina del Massachusetts, che presentò una causa contro Google, sostenendo che il tempo speso a risolvere i CAPTCHA fosse in realtà lavoro non retribuito che beneficiava l’azienda. Secondo la sua denuncia, solo una delle due parole richieste nei CAPTCHA serviva a verificare l’identità umana; la seconda, sosteneva Rojas-Lozano, veniva usata da Google per decodificare testi che il software aveva difficoltà a leggere e, in ultima analisi, contribuiva a far guadagnare l’azienda migliorando i suoi sistemi di riconoscimento OCR (riconoscimento ottico dei caratteri) e altri prodotti. Google però chiese che il caso venisse spostato in California ed è lì che la causa si arenò. Il giudice decise di archiviare il caso, sostenendo che la denuncia non fosse abbastanza solida. In particolare, secondo la Cort, Rojas-Lozano non era riuscita a dimostrare un punto chiave: se avesse saputo come funzionavano davvero i reCAPTCHA, avrebbe rinunciato fin da subito a usare Gmail o i servizi Google. Senza questa prova, non c’era un danno concreto dimostrabile. Il giudice ritenne poco credibile anche l’idea che il semplice fatto di dover digitare una parola o cliccare su alcune immagini potesse essere considerato “lavoro” in senso legal, soprattutto in cambio di un servizio gratuito come Gmail. Per questo motivo la causa non potè proseguire, nemmeno come azione collettiva. Alla fine, quindi, Google non fu condannato, non dovette risarcire nessuno e non fu obbligato a cambiare il sistema reCAPTCHA per ordine del tribunale. La vicenda però ebbe comunque un impatto pubblico, accendendo i riflettori su un tema che fino a quel momento era rimasto nell’ ombra, ovvero il valore economico del micro-lavoro digitale svolto dagli utenti e il modo in cui le grandi piattaforme usano quei dati per addestrare l’intelligenza artificiale a nostra piena insaputa. Negli stessi anni in cui si consumava la battaglia legale di Rojas-Lozano, un altro fronte legato all’intelligenza artificiale coinvolgeva Google e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Nel 2017 il Pentagono avviò il Project Maven, un progetto (noto come Algorithmic Warfare
 
CrossFunctional Team) con l’obiettivo di sfruttare tecniche di machine learning per elaborare automaticamente i video raccolti dai droni militari e identificare persone o oggetti di interesse sul campo di battaglia. L’idea era quella di accelerare l’analisi dei dati visivi e ridurre i tempi decisionali per gli analisti militari, nell’ambito di un più ampio “armamentario” di IA strategiche. In altri termini, invece di affidare a un analista umano l’esame di ore e ore di filmati, algoritmi di visione artificiale addestrati su enormi set di immagini avrebbero potuto identificare oggetti di interesse (come veicoli o attrezzature) e supportare decisioni tattiche. Google acconsentì a collaborare mettendo a disposizione TensorFlow, la sua principale piattaforma open-source di machine learning, per aiutare a sviluppare algoritmi di riconoscimento delle immagini. Tuttavia, l’accordo scatenò una forte reazione interna all’azienda. Oltre 4.000 dipendenti firmarono una lettera aperta al CEO Sundar Pichai, chiedendo che la società si ritirasse da qualsiasi progetto militare e che adottasse regole chiare per impedire la costruzione di tecnologia bellica. Il dissenso non si limitò alle firme, almeno una dozzina di ingegneri si dimisero in segno di protesta, denunciando la mancanza di trasparenza sui rischi connessi all’uso della tecnologia in ambito militare. A fronte di queste pressioni, nel giugno 2018 Google annunciò che non avrebbe rinnovato il contratto col Pentagono, un accordo da circa 9 milioni di dollari, lasciando scadere il progetto alla sua naturale conclusione nel 2019 e impegnandosi a pubblicare linee guida etiche sull’IA che vietassero esplicitamente l’utilizzo in armi autonome. Sebbene Project Maven non sia direttamente correlato al sistema reCAPTCHA in senso operativo, è una delle principali manifestazioni di come la visione artificiale — lo stesso campo in cui i reCAPTCHA raccolgono dati — sia utilizzata nel mondo reale per applicazioni di grande impatto politico e strategico. Alla luce di tutto questo, i reCAPTCHA smettono di apparire come un semplice passaggio tecnico e assumono un significato più ampio. Ogni clic, ogni immagine riconosciuta, ogni gesto compiuto “per dimostrare di non essere un robot” diventa parte di un sistema molto più grande, fatto di dati, potere tecnologico e scelte politiche. La vicenda di Gabriela Rojas-Lozano e il caso Project Maven mostrano come il confine tra uso quotidiano, sfruttamento invisibile e applicazioni strategiche dell’intelligenza artificiale sia spesso sfumato e raramente esplicitato agli utenti. La domanda che resta aperta non riguarda solo Google, ma tutti noi: quanto siamo consapevoli del ruolo che svolgiamo quando utilizziamo servizi digitali apparentemente gratuiti? In un mondo in cui l’accesso al lavoro, allo studio e alla comunicazione passa quasi inevitabilmente attraverso grandi piattaforme, interrogarsi sul valore dei nostri dati e del nostro tempo diventa un atto di responsabilità civile. Perché se è vero che non siamo robot, è altrettanto vero che il sistema in cui viviamo ci chiede sempre più spesso di comportarci come tali, cliccando, accettando e contribuendo, quasi senza accorgercene.
 
Veronica Figliu

GALLERIA

Davide Piazza

L’ artista Davide Piazza, tramite la ripetizione di un gesto, che spesso diventa un abitudine che non viene schernita poiché umana e genuina, realizza opere che ci portano a chiederci quando l’abitudine sia meccanica ? Quand’è che il replicare si trasforma in sbaglio ? Magari quando é fatto da chi é privo di estro o di carne ? Piazza modifica il corpo a suo piacimento, con tempo e dedizione, in un tracciato grafico minimale curato nei dettagli. Sono questi accorgimenti che elevano le sue opere a cultura dello sforzo, dell’impegno sottolineato dai corpi dei pugili, soggetto che si fa voce di questo pensiero

Francesca Sbarra

Francesca Sbarra, analizzando la casualità ci immerge in una estetica onirica, dove il movimento della pennellata o il segno della grafite danno vita a un viaggio introspettivo, invitando a riflettere se l impatto visivo sarebbe lo stesso dato dall’immagine prodotta da un computer, di come la nostra realtà ormai sia una visione distorta di noi e di ciò che ci circonda

Daniele Di Battista

Nel progetto HARA, Daniele Di Battista con la sua troupe, sviluppa una ricerca di carattere sperimentale volta a indagare le possibilità espressive delle immagini generate tramite Intelligenza Artificiale all’interno di una struttura drammaturgica tradizionale. L’obiettivo del progetto non è limitato all’impiego dell’I.A. come semplice sostituto delle tecniche di VFX convenzionali, bensì alla definizione di un nuovo linguaggio visivo capace di integrarsi in modo organico con la narrazione. In questo contesto, le immagini generate dall’I.A. assumono una funzione narrativa attiva, diventando uno strumento espressivo in grado di dare forma e intensità alle allucinazioni vissute e visualizzate da HARA, l’Intelligenza Artificiale che si configura come co-protagonista del cortometraggio. La ricerca condotta da Di Battista e dalla troupe mira dunque a esplorare il potenziale dell’I.A. non solo come tecnologia, ma come soggetto narrativo.

Trailer

Le Poesie de L'Orrore

La gioia del rituale

Anticonformati al comformismo 
PER 
Ballare come i selvaggi nella foresta Manda affanculo l’autoritarismo 
PER 
Raccogliere da Terra quello che resta 
Ci serviranno Chitarre elettriche rumorosissime
Infiorescenze appiccicosissime 
Carte magiche potentissime 
La gioia del rituale 
Uccide ogni perversione 
Essenza animale 
Diletto, Sorpresa e Liberazione
 
Omar Feroci

L'orrore è un capello bianco

L’orrore è un capello bianco. 
L’orrore è tutto ciò che non vediamo,
L’orrore è tutto ciò che definiamo. 
L’orrore aleggia in ciò che non ci appartiene, 
L’orrore è tutto ciò che siamo. 
L’orrore è la gola che ingurgita tutto, 
l’orrore è la parola che veicola l’insieme, fuori dalla bocca, per inorridire tutti.
L’orrore è la certezza di questo e di altro,
l’orrore è la morte che non perdona nulla,
l’orrore è la morte che fa pena a tutti.
L’orrore è dare alla vita uno smalto,
l’orrore è non avere un significato.
L’orrore è brancolare nel buio,
l’orrore è vivere nascosti, 
ma l’orrore è navigare nella luce,
l’orrore è vivere in risalto.
 
Mario Albanese

SIN TE TI ZZA TO

La sintesi del sentimento
l’ho trovata nel sintetico 
Ho scavato affondo nel mio petto 
per capirne il senso 
A cosa serve questo battito 
Se vorrei vivere affogandoci
ma dura solo un attimo 
Così il senso non lo trovo
Provo provo provo provo 
Chiodo scaccia chiodo 
Ma rimane un chiodo fisso 
.Sono nato 
Sto. vivendo 
Dopo muoio.
 
Yawn

Bagno nel liquor

A cura di Mario Albanese

Assioma parte 2

(“Mamma, di cosa devo essere felice?”
Le sue giornate non avevano né inizio né fine. Avrebbe voluto che terminassero come si conclude in un
film un arco narrativo. Invece si dilatavano nell’opacità del reale.
“Guardo troppa televisione? Sono una cosa inutile? Ma non lo capisci che devo… assorbire? Sono una
spugna asciutta. Almeno nei film cambia qualcosa. Almeno nelle serie succede qualcosa, in quelle
buone. Mi dici sempre che non c’è nulla di cui preoccuparsi, o che non sono nata nel terzo mondo. Ma
qui qualcosa stona comunque. E non è malinconia, non è tristezza momentanea… non è un momento.
Non so dove andare, non so cosa fare, non so cosa voglio. Le uniche cose che associo al “volere” sono
la fame… e le canne forse. Magari le sigarette… ogni tanto… più spesso di quanto ti direi. Ma mi
tolgono il fiato.
Non c’è nulla di cui preoccuparsi… ma non c’è nemmeno nulla da ridere. Quanto mi stanno sul cazzo
gli americani per cui ogni interazione sociale è una cantilena.
Mi hai detto che sono una cosa inutile. Mamma, ma di cosa devo essere felice?”)
Pensava senza formulare frasi. Sapeva il significato dei pensieri che, momento dopo momento, le
salivano sul capo, ma non riconosceva in questi il susseguirsi logico delle parole. Come nella vasca:
pensava per immagini. Sapeva cosa avrebbe voluto dire a sua madre in quel momento, se l’avesse
trovata di fronte a sé, ma, per un misto di pigrizia mentale e di non ammessa mancanza di espedienti,
non si poteva abbandonare al verboso flusso di coscienza che sopra vi ho esposto al fine di tradurre un
sentire di Ludovica, che pure viene tradito dal linguaggio convenzionale.
Elemosinò un’amica e due amici entro le 21.00, riuscendo a fissare l’incontro per le 22:30 in un bar
all’incirca a metà strada fra le varie residenze. Prese l’autobus poco prima delle 22:00 con l’ansia di fare
ritardo, ma giunse al bar in anticipo e rimase poco fuori quest’ultimo in attesa della compagnia per un
buon quarto d’ora prima che venisse rotta la sua solitudine (solitudine che quella sera, alla fin fine, non
venne mai del tutto annullata per come Ludovica l’aveva percepita durante il giorno). Alle 22:43 avvistò
Luisa dall’altro lato della strada. Fremette.
“Vabbè se gli stronzi non arrivano intanto entriamo”. Luisa non rispose. Il non detto lasciò intendere a
Ludovica di dover fare strada, prima ancora che ne avesse acquisito l’implicita consapevolezza.
Il posto era in tenuta squallida ma non troppo squallidamente popolato. Ludovica e i due stronzi ci
erano finiti quasi per caso su iniziativa dello stronzo più grande una volta che quest’ultimo non voleva
far altro ubriacarsi. Iniziarono con una birra per inaugurare una scalata progressiva verso l’ebbrezza,
però la chiesero forte. Nel posto si poteva fumare al chiuso, e alle due sembrò un’occasione imperdibile
per sentirsi nel secolo scorso; non se lo dissero, ma lo pensarono entrambe.
“Be’? Che stai a fa’ ‘sti giorni?” “Ma… ti devo dire…” “Ma che hai Ludo?” Luisa chiedeva con
espressione accigliata, di derivazione arcigna per i più, ma non ingannevole per Ludovica, che ci vedeva
un sintomo dell’affettuosa preoccupazione di chi è ignorante e vuol sapere. “Ti senti mai… ma no il
fatto è che…” come glielo doveva spiegare? Che cosa c’era da spiegare? Che cosa, esattamente, avrebbe
dovuto, voluto spiegarle? “Non lo so. Non voglio fare nulla… non mi va di fare nulla”. “E vabbè, ma
tanto che devi fare? Hai tutto il tempo del mondo per dormire e fumarti…” incespicò “i… i
tromboni… ti puoi pure ubriacare tutte le sere… che tanto la vita è breve…” c’era entusiasmo nelle
ultime parole di Luisa. “Più breve se ti ubriachi tutte le sere…” rispose Ludovica, e Luisa sorrise. “Non
lo so…” Ludovica parlava cercando di distogliere lo sguardo dall’amica, se non proprio chiudendo gli
occhi e abbassando il capo per qualche secondo. “Non è questo… in questi giorni… mi sento poco
umana. Mi sembra di non essere in vita”. “Madonna, ma lo vedi che sgravi?” Luisa le accarezzò la mano
destra. “Ti stai facendo i complessi per nulla” “Be’ sì. E’ per questo che non so che dire”. Nell’istante
successivo all’ultima lettera pronunciata da Ludovica, che presupponeva una difficile risposta, Luisa si
accorse della chiamata sul suo cellulare da parte di Andrea, lo stronzo più piccolo.
“Scusa un attimo amo’”.
Gli stronzi varcarono la porta del “Mery’s” alle 22:59, ubriachi. La squadra per la serata si era
assemblata. “Ciao” bacetto sulla guancia destra, bacetto sulla guancia sinistra, “Come state?”, “Alti e
bassi” rispondeva sempre Ludovica, senza aspettarsi qualcosa in contrario dai soggetti in questione,
men che meno in quel caso. Gli stronzi si presero da bere e si sedettero non prima di essersi accesi una
Lucky Strike a testa. Giacomo, lo stronzo più grande, interruppe la conversazione da poco principiata
degli altri tre membri del gruppo, che era scaduta nella più totale denigrazione del loro professore di
filosofia.
“Allora? ‘Namo a balla’?”
L’affermazione di Giacomo divenne proposito e obiettivo di tutti sin da subito, ma si fu d’accordo sul
fatto che senza bere non si poteva andare da nessuna parte. Ludovica bevve un’altra birra, pisciò, poi
accompagnò una sigaretta all’assunzione del primo Gin Tonic. Iniziò a salire.
“Ma voi state ubriachi?” “Eh be’, direi!” Le risposero in un coro scoordinato Giacomo e Andrea.
Alle 23:45 circa Ludovica e Luisa stavano per bere un secondo Gin Tonic.
“Mi riaccompagni un attimo in bagno?”
Una volta che l’apparato escretore delle due giovani ebbe adempito al suo scopo (non ci si aspettava il
contrario), Luisa si riallacciò al discorso di prima: “Comunque devi stare tranquilla… adesso andiamo a
ballare, ci ubriachiamo un po’ di più… magari incontri un bel ragazzo…” Le ultime quattro parole le
pronunciò con un tono riconducibile allo stereotipo della suadenza.
Finirono il Gin Tonic, presero uno shot di Montenegro, quindi si trasferirono alla fermata dell’autobus,
soggette alle lamentele di Giacomo riguardanti la possibilità (non priva di innumerevoli precedenti) di
portarsi appresso una qualche bottiglia di plastica con dentro qualche altra cosa da bere.
Poco dopo la mezzanotte e mezza erano miracolosamente alla volta del “Kush”. L’equilibrio fra la
componente maschile e femminile del gruppo e l’ora non troppo tarda permisero un rapido accesso al
locale notturno.
Altro shot perché non le era salito o, se stava salendo, ci stava mettendo troppo. Ludovica si rese conto
di essere felice, all’improvviso, come ci si rende conto di avere un insetto posato addosso. Ludovica si
rese conto che Giacomo la faceva ridere, e capì di essere ubriaca. Dalla sovraffollata sala principale
partivano due scalinate parallele, che conducevano a un terrazzo, dunque all’area fumatori. Scelse quella
via in preda a una frenesia che lì per lì non avrebbe saputo spiegarsi (a questa sua mancanza potrà
sopperire il lettore), e alle 00:47 tutti i suoi amici aveva lasciato da parte, senza aver loro concesso il più
flebile barlume di un ballo di gruppo. Le aveva contate spasmodicamente prima, le sue sei sigarette, e da
naufraga nel centro di Roma le guardava, e le pensava come i più sostanziosi dei viveri. Della sestultima
fumò la metà, il resto lo lasciò inavvertitamente bruciare, poi – perché no? i soldi li aveva- si prese un
Rum e Cola. Riscese giù e per un momento, agli ultimi scalini, si rese conto di aver corso il rischio di
cadere. Cercò i suoi amici. La felicità che l’aveva percossa prima veniva ora puntuata come spartiacque
fra la vacuità del giorno e la vacuità della notte. Rilassò il corpo per scrollarsi di dosso un’intermittenza
nevrotica, tutta mentale, e le venne voglia di tornare a casa.
Ci si permette con quest’istanza di interrompere nuovamente la narrazione.
Che cos’è la discoteca? Che cos’è, più in generale, la vita notturna? La movida? Perché l’uomo (il
singolare non racchiude tutta la specie) preserva la sua coscienza all’esaurirsi della luce quotidiana, per
poi smussarla e catapultarla in un andirivieni instabile che chi non ha mai provato, o che chi ha provato
senza capire, trova vuoto e inutile? La risposta semplice è che dipende. L’elemento trainante la
moltitudine non può che essere, a prima indagine, la tendenza generalizzata a seguire la massa. O si
tratta di non stare soli nel rifuggire l’esperienza che più nell’ordinario anticipa la morte, il sonno? E
ancora non si è parlato della pulsione variabile, ma tremendamente pervasiva per la maggioranza, verso
l’accoppiamento. In ogni caso, se nell’incipit di questo racconto si è detto che non si vuol fare la morale
a nessuno, non sarà questa l’occasione per venir meno a questo proposito, sia pure perché il narratore
che di se stesso, per la natura del testo, non vorrebbe, né dovrebbe parlare- non è esente da “colpe” per
quanto riguarda la sopra detta “vita notturna”.
C’era qualcosa di assurdo nell’idea del “far serata” se Ludovica decideva in questo pensiero di
arrovellarsi. Che cosa cerchiamo? Cerchiamo solo di scopare? Stando a guardare il tipico frequentatore
di sesso maschile di locali notturni, ravvisava una chiara relazione di causa-effetto fra le supposte
intenzioni dell’individuo e il luogo dove questi si era portato, stante per causa la voglia sana e congenita
di scopare, e per effetto l’essere andato in discoteca, “dove tutte le tipe vanno per lo stesso motivo
nostro” avrebbe pensato un maschio secondo il parere di Ludovica.
Fra le digressioni del narratore resterebbe da sciogliere, fra le incognite più evidenti, quella riguardante
l’alcool e il patto non scritto (e formulato millenni fa) fra l’uomo e questa sostanza, ma su questo punto
si potrà tornare in seguito, se ora vi si è solo accennato.
Non trovando i suoi amici Ludovica si arrestò. Nella ricerca non aveva pensato altro che bestemmie ed
originali modi di inveire contro gli avventori che le ostruivano il passo. Ora si fermava sul ciglio della
pista e ricordava senza volerlo l’ansia che le avevano causato le ultime interrogazioni di quell’anno
scolastico. Si mise a ballare, senza pretese. L’imbarazzo iniziale fece spazio a un’incredibile libertà
mentale, intorpidita e convulsa per lo stato di alterazione in cui si trovava.
Poi lo vide.
Se fosse stato il responsabile della pressione poco prima sentita sul fianco destro non poteva dirlo, per
quanto le sembrava probabile. La stava per superare passando da destra, poi aveva parlato (fingendo,
secondo Ludovica) con quello che doveva essere un suo amico, che si trovava di fronte alla ragazza, per
un minuto o poco più. Ora l’amico si era allontanato (previa, tutto sommato evidentemente, da parte di
Lui la richiesta di farlo), e Lui le si avvicinava.
“Come ti chiami?” Ludovica rispose, e continuò a ballare. “Quanti anni hai?” Ludovica rispose e gli
porse le mani.
Il bacio sembrò subito fallimentare nell’agire di Lui, agire che sin da subito Ludovica sapeva a cosa
fosse finalizzato. Lui metteva la lingua, lei rispondeva coi denti. Continuarono senza demordere, ché
forse ancora ne avrebbero ricavato qualcosa di buono. Ma Lui insisteva, e lei non poté che cedere.
La portò in bagno convincendola che gliel’avesse chiesto lei. Iniziò a toccarla, lei iniziò a toccare Lui.
Cercò di pensare che finalmente succedeva qualcosa, in quest’inutile esistenza, ma le parole non si
componevano, e non bastavano le immagini per delineare quello che con tutta se stessa avrebbe voluto
imprimersi in testa. Ora era stanca e avrebbe voluto essere eccitata. Lui le toccò i seni, dapprima come
per prenderne le misure, poi con la mano destra iniziò a strizzare, e con la sinistra discese il fianco
destro del suo corpo e le toccò il culo. Le slacciò i pantaloncini e con una certa delicatezza (va detto)
fece scivolare due dita nella sua intimità. Le girava la testa ma la testa era vuota. Se solo i ciechi sanno
cosa voglia dire non vedere nulla, è certo che in quel momento il connubio fra sensi e mente di
Ludovica era incapace di produrre alcunché, non un pensiero, non un’intuizione, nulla. Voleva
stropicciarsi gli occhi, ma le mani, che da un paio di minuti teneva sulle spalle di Lui, non sembravano
rispondere ai suoi comandi. A tratti le si sfocava la vista. Poi non fu più nulla, lei, tutto ciò che
costituiva la sua coscienza e la sua attività cerebrale, si svuotò in uno sbalzo. Sentì un vuoto d’aria, ma
lo sentì sul capo. Era ubriaca marcia. Nello spazio incolore che attraversava senza traslarsi nello spazio
concreto balenò una soluzione, si realizzò e si costituì la schiera dei suoi amici, lì, in mezzo al nulla,
senza parole, senza che Ludovica ne potesse vedere il volto. “Devo tornare dai miei amici”, avrebbe
voluto dire, ma la via per uscire dal bagno era sbarrata da un pene eretto, Lui si era slacciato la cintura,
aveva abbassato la cerniera, si era lasciato scendere le mutande sino alle caviglie. Le accompagnò
dolcemente la mano sul membro.
In quel momento con uno sforzo immane, che eppure riuscì a compiere nell’arco di una frazione di
secondo, sibilò il primo: “No”. Lo fece gemendo, e con le mani riprese a carezzarlo sul corpo. Fece per
girarsi, ma come se alle spalle non avesse avuto un cesso e ancor più dietro un muro, fece per girarsi
come per cambiare stanza, per spostarsi da camera sua al salotto. Lui la accompagnò ancora una volta,
teneramente, più teneramente di prima, bisbigliando verbi seguiti da aggettivi, già gemendo, ma carico
di vergogna. Lei si lasciò accompagnare, chinò il capo e la schiena e le spalle le diede a Lui
completamente. Lui fu dentro di lei. Lei si dovette portare altrove, non coscientemente, né perché
provava piacere.
Il mattino dopo si sentiva sporca, come nella vasca.