LA FOTOGRAFIA COME MEGAFONO

Le foto riportate sono state scattate durante le diverse manifestazioni a sostegno della Palestina che si sono susseguite a Roma dal 2023 fino ad oggi. Il popolo palestinese è vittima di genocidio da parte dello stato di Israele che, nel portare avanti il suo progetto coloniale negli ultimi settantotto anni, si è macchiato di crimini di guerra e contro l’umanità; basti citare a sostegno di quest’affermazione, nell’ambito del conflitto fra Israele e Hamas, atti quali i bombardamenti di scuole e di ospedali, oltre ad i reiterati impedimenti imposti alle iniziative volte a portare aiuti umanitari all’interno della striscia di Gaza. E’ ormai da diverso tempo ritenuto dall’opinione pubblica del nostro paese che l’operato di Israele sia motivato dalla volontà di attuare un programmatico sterminio del popolo palestinese
Il piano di “pace” in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è fragile ed iniquo: facendo calare l’attenzione su una situazione ancora tragica oscura le voci dei palestinesi che resistono. Ad oggi l’esercito israeliano continua ad attaccare le città palestinesi, violando a più riprese gli accordi di cessate il fuoco nella striscia, che, ormai rasa al suolo, vede le condizioni umanitarie aggravarsi per via del clima invernale. Nonostante ciò, l’attuale governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, continua ad intrattenere rapporti economici e militari con Israele ed il suo primo ministro Benjamin Netanyahu, ed a rifiutare il riconoscimento dello stato di Palestina. Queste fotografie, oltre a voler documentare il dissenso di gran parte degli italiani rispetto la decisione del proprio governo, intendono essere l’immagine residua delle azioni e il riverbero delle voci di chi ha manifestato e di continua a manifestare per la causa palestinese.
A cura di Pietro Dessì e Veronica Figliuzzi

AMERICA FUCK YEAH!

Sono tempi duri per la splendente città sulla collina, sembra ormai iniziato per gli USA il momentodella resa dei conti.
Le tensioni interne che per decenni sono state ignorate dalle élite politiche americane stanno venendo a galla in modo incontrollabile, con un crescente dilagare della violenza. Dopo 10 anni, la guerra culturale che ha caratterizzato la politica americana dalla comparsa di Donald Trump in poi
sembra essersi conclusa, o perlomeno acquietata, e i nuovi repubblicani, i reazionari, i fondamentalisti religiosi, i baroni del petrolio e del carbone e tutta una serie di patetici soggetti nazistoidi e fascistoidi (se non proprio nazisti e fascisti) ne sono usciti vincitori; Il risultato dell’elezione di novembre 2024 non ne è che la dimostrazione pratica.
Non c’è da stupirsi della vittoria di Donald Trump, egli ha saputo intercettare e dirottare ai suoi scopi la rabbia di quegli americani dimenticati dall’ establishment democratico, dei contadini del MidWest, degli abitanti della Rust Belt abbandonati a loro stessi con lo spostamento oltreoceano delle industrie pesanti, delle minoranze socialmente conservatrici, e degli anziani che si sentono minacciati da un mondo che cambia troppo in fretta; tutto ciò a fronte di un decrepito Partito
Democratico, da una decade incapace di superare una pedantesca retorica considerabile catalizzatrice della sconfitta subita, un Partito Democratico capace di porsi e di proiettarsi unicamente in reazione alle porcate della nuova destra populista: è quasi impossibile individuare un programma, un filo conduttore o anche solo progetti politico-economici nella campagna della Harris, in ultima analisi, non è azzardato sostenere che non ve ne siano. Lo slogan democratico che ha fatto più rumore è stato BRAT! (“mascalzone” … “bambino viziato” o “indisciplinato”) titolo del sesto album della cantautrice britannica Charli XCX. Pur non avendo nulla contro Charli XCX o il suo album, bisogna riconoscere l’inadeguatezza della formula nella lotta all’avanzata del fascismo, soprattutto se messa a confronto con il make America great again di Trump, che ha saputo cogliere la frustrazione di un’ampia fetta di americani frustrata dal senso di impotenza. Dunque, a gennaio 2025 Trump si è insediato alla Casa Bianca e ha immediatamente messo in atto il suo confuso, a tratti bislacco, e certamente spaventoso programma politico. Sono iniziate così le deportazioni promesse durante la campagna elettorale: spesso veri e propri rastrellamenti condotti arbitrariamente (avere la pelle marrone e qualche tatuaggio sembra bastare per essere sbattuti dentro al CECOT, mega prigione hitech fatta costruire dal cryptodittatore salvadoregno Nayib Bukele). La retorica dell’odio è stata spinta a livelli che 10 anni fa sarebbero stati inaccettabili in qualsiasi dibattito pubblico ed è cominciato un vero e proprio processo di “fascistizzazione” della cultura americana, esemplificativi di ciò sono i saluti fascisti di Musk prima e di Bannon poi che, almeno nei primi mesi dall’insediamento di Trump, erano stati i principali “cavalieri” del presidente, aiutandolo (il primo grazie alla sua presenza online e a una montagna di soldi, il secondo col suo acume politico) a vincere l’elezione.
Il fascismo è l’ideologia dell’odio, ciò si vede nei programmi che le correnti politiche di tale stampo producono (deportazioni, guerre, genocidi), ma anche nel modo in cui queste ultime si strutturano: in tutte le alte gerarchie fasciste vige la logica del wolfpack: la costante competizione per il diritto, attraverso la forza maggiore, di comandare o, nell’impossibilità di ciò, di essere nelle buone grazie del comandante (per poi accoltellarlo alle spalle quando se ne rivela l’occasione). La cricca di Trump non è certamente l’eccezione a questa regola e non c’è da stupirsi dunque se già poche settimane dopo l’insediamento i suoi “scagnozzi” hanno cominciato a combattere brutalmente per i riflettori, dividendosi grossomodo in due fazioni: i Trumpiani “di sinistra”(definizione volutamente ossimorica, sarebbero più paragonabili agli Strasseristi della Germania degli anni ’30) guidati da Steve Bannon, e i Trumpiani “di destra”, più vicini alle posizioni di Elon Musk. Questa frattura ha anche evidenziato le differenze tra i Trumpiani della prima ora, come Bannon, architetto della campagna del 2016, e i nuovi arrivati, come Musk, che ha provato a ritagliarsi una posizione nel movimento col suo dark-MAGA, sottogruppo dei MAGA più vicino alle posizioni transumaniste e tecnofascistiche del tycoon sudafricano, che ha riscosso tuttavia un limitato successo. Le ragioni dell’insuccesso e della successiva cacciata di Musk dalla cerchia del presidente sono da ricercare su vari livelli: in primo luogo è rilevante il fatto che Trump ha costruito la sua campagna sui voti di un’America rurale e conservatrice, un’America che in genere antagonizza i miliardari della Silicon Valley; Musk ha peraltro fatto fortuna grazie alle sue auto elettriche (e grazie ai miliardi di dollari ricevuti dai vari governi democratici o repubblicani in contratti con Tesla o SpaceX), che per tutti gli anni ’10 sono state lo status symbol di quella classe medio alta delle coste liberali e fermamente democratiche, che ora si è irrimediabilmente inimicato. In secondo luogo, tornando alla logica da wolfpack, l’ego di Musk si è rivelato troppo grande per sottostare al gran presidente, mentre per Trump, una volta esaurita l’utilità di Musk in qualità di useful idiot (avendo egli riempito X di bot propagandistici ed essendo stato messo a capo del dipartimento incaricato di rosicchiare quello che resta, o che c’era del welfare americano), cacciare il miliardario dalla sua cerchia deve essere sembrata la scelta più naturale. La dipartita di Musk dal panorama politico americano non è stata una silenziosa ritirata come forse speravano alla Casa Bianca, anzi, la mattina del 6 giugno egli twitta: “E’ il momento di sganciare la grande bomba: Donald Trump è negli Epstein files. Questa è la vera ragione per cui non sono stati resi pubblici. Buona giornata DJT!Il fascismo è l’ideologia dell’ odio, ciò si vede nei suoi programmi (deportazioni, guerre, genocidi) ma anche nelle sue strutture: in tutte le alte gerarchie fasciste vige la logica del wolfpack, la costante competizione per il diritto, attraverso la forza maggiore, di comandare o, nell’impossibilità di ciò di essere il preferito del comandante (per poi accoltellarlo alle spalle quando se ne rivela l’occasione); la cricca di Trump non è certamente l’eccezione a questa regola e non c’è da stupirsi dunque se già poche settimane dopo l’insediamento i suoi “scagnozzi” hanno cominciato a combattere brutalmente per i riflettori, dividendosi grossomodo in due fazioni: i Trumpiani “di sinistra”(definizione volutamente ossimorica, sarebbero più paragonabili agli Strasseristi della Germania degli anni ’30) guidati da Steve Bannon e i Trumpiani “di destra” più vicini alle posizioni di Elon Musk, questa frattura ha anche evidenziato le differenze tra i Trumpiani della prima ora, come Bannon, architetto della campagna del 2016, e i nuovi arrivati, come Musk, che ha provato a ritagliarsi una posizione nel movimento col suo dark-MAGA, sottogruppo dei MAGA più vicino alle posizioni transumaniste e tecnofascistiche del tycoon sudafricano, riscuotendo tuttavia un limitato successo. Le ragioni dell’insuccesso e della successiva cacciata di Musk dalla cerchia del presidente sono da ricercare su vari livelli: in primo luogo perchè Trump ha costruito la sua campagna sui voti dell’ america rurale e conservatrice, che in genere antagonizza i miliardari della Silicon Valley; Musk peraltro ha fatto fortuna grazie alle sue auto elettriche (e grazie ai miliardi di dollari ricevuti dai vari governi democratici o repubblicani in contratti con Tesla o SpaceX), che per tutti gli anni ’10 erano state lo status symbol di quella classe medio alta delle coste liberale e fermamente democratica, che ora si è irrimediabilmente inimicato. In secondo luogo, tornando alla logica da wolfpack, l’ego di Musk si è rivelato troppo grande per sottostare al gran presidente, per Trump invece una volta esaurita l’utilità di Musk in qualità di useful idiot (riempiendo X di bot propagandistici prima e mettendolo a capo del dipartimento incaricato di rosicchiare quello che resta,o che c’era del welfare americano dopo) cacciare il miliardario dalla sua cerchia deve essere sembrata la scelta più naturale, soprattutto quando Musk ha cominciato a fare lo spaccone. La dipartita di Musk dal panorama politico americano non è stata una silenziosa ritirata come forse speravano alla Casa Bianca, anzi, la mattina del 6 Giugno egli twitta:” E il momento di sganciare la grande bomba: Donald Trump è negli Epstein files. Questa è la vera ragione per cui non sono stati resi pubblici. Buona giornata DJT!”
Così si riapre, almeno per l’amministrazione Trump, il capitolo Epstein, utilizzato come testa di ponte per attaccare le élite democratiche nell’ultimo quinquennio.
La morte improvvisa di Epstein (suicidio o no) aveva fatto scoprire al grande pubblico meno interessato politicamente il suo peso all’interno delle trame della politica americana ed internazionale, scatenando un’ondata di sdegno ed esacerbando la già decennale diffidenza nei confronti delle élite politiche ed economiche, in gran parte democratiche. Del coinvolgimento di DJT nel fattaccio non c’è mai stato mistero. La sua amicizia diretta con il magnate ed i suoi viaggi nell’isola privata erano sotto gli occhi di tutti e lo stesso presidente non lo ha mai reso segreto, ma è riuscito, per sua abilità e per la totale inabilità dell’altra parte, a sviarsene smarcandosi dalle accuse. La totale cecità fideistica di una parte dei suoi elettori e lo scontento popolare per il passato governo hanno fatto sì che la questione passasse in secondo piano, e la sua promessa di combattere la “Cricca di pedofili democratici” non ha fatto altro che confermare la sua volontà di ergersi a paladino del “vero popolo onesto e lavoratore”. Il Tweet dà una prima stoccata all’amministrazione già colpita da insuccessi e gravi fallimenti, instillando dei dubbi più grandi nell’elettorato (anche tra i suoi più strenui fan) che vanno oltre la mancata sicurezza economica rattoppata da promesse vuote di: “è solo una fase, andrà meglio” tant’è che a dicembre si ritrova obbligato a far rilasciare all’FBI i vari dossier e le prove raccolte contro Epstein dai procuratori, ovviamente redatte e oscurate in modo da nascondere l’invece ben nota amicizia tra il presidente e il miliardario pedofilo trafficante di esseri
umani. La persona viene così attaccata nell’intimo e cade una delle sue maldestre maschere, lasciando intravedere il suo doppiogiochismo e la totale mancanza di qualsiasi senso morale, smuovendo quell’elettorato evangelista che lo aveva votato per una promessa ventata di buoni
sentimenti cristiani e ritorno al passato. Nulla è più esemplare del fallimento morale della questione quanto il tentativo di riabilitarsi agli occhi del pubblico tramite la forza, in puro stile poliziotto del mondo, spostando l’attenzione sulla politica estera ogni volta che i guai si fanno troppo vicini. L’operazione “Midnight Hammer”, condotta contro i siti nucleari iraniani di Natanz ed Esfahan nella notte del 22 giugno (ed il suo presunto successo), ha sicuramente aiutato a sviare il più possibile l’attenzione sulla chiara disfatta interna relativa al caso Epstein e dare un nuovo senso di unità, vera o presunta, tra i suoi. La necessità interna si è perfettamente unita al tentativo disperato di chiudere il più velocemente possibile un altro fronte spinoso e grave come quello israelo-iraniano che, nei mesi passati, era diventato troppo caldo per essere maneggiato e che avrebbe stravolto i tentativi isolazionistici del POTUS.
La tendenza dell’amministrazione nella politica estera è stata caratterizzata da quella classica
arroganza da film d’azione all’americana così come da tentativi frettolosi e buffi di terminare conflitti
decennali con una stretta di mano e compiacere la voglia del presidente di essere visto come il
pacificatore, tanto da essere stato proposto in più casi (vedasi il caso della risoluzione dell’ennesima
scaramuccia tra Pakistan e India dell’estate del 2025) come Nobel per la pace. Nobel che è stato
invece stato dato a Maria Corina Machado, attivista venezuelana anti-Maduro che non ha esitato un
istante a dedicare la vittoria a Trump, che durante l’autunno ha reso note le sue mire sullo stato
sudamericano.
Con la scusa della lotta al narcotraffico nella notte del 3 gennaio gli agenti della Delta Force
statunitense sequestrano Nicholas Maduro, capo dello stato venezuelano accusato di gestire il
cartello della cocaina “los Soles”, la scusa della guerra alla droga sembra però reggere poco quando
gli stessi americani ammettono di essere interessati ai giacimenti di petrolio venezuelani, tra i più
grandi al mondo. Trump si dedica così a quello che da più di un secolo ormai è lo sport preferito delle
amministrazioni americane, democratizzare paesi sudamericani, solo che questa volta la democrazia
non è arrivata, neanche come vana promessa: sembra infatti, secondo il Miami Herald che vi sarebbero stati colloqui tra Washington e Delcy Rodrìguez, exvicepresidente e ora presidente ad interim del Venezuela, che sembra essere il papabile successore
di Maduro. Rodríguez rappresenta l’ala liberale dell’MSV e già in precedenza aveva espresso la
volontà di stringere accordi con gli americani, non sembra dunque irresponsabile speculare che Delcy
Rodrìguez sia stata selezionata dagli americani per prendere il posto di Maduro, in una specie di
cambio di regime senza cambio di regime, lasciare al potere un madurismo ma senza Maduro, un
regime stabile e autoritario ma che permetta agli americani di estrarre il petrolio del quale sono così
avari. Ciò che più stupisce non è tanto la totale mancanza di rispetto per la legge internazionale, di cui
agli americani non è mai importato niente, quanto l’assenza di una anche solo accennata
giustificazione ideologica. Questa pragmaticità spicciola in politica estera non è in genere sintomo di
una nazione in salute. 

Si conclude così il 2025 degli USA, che sempre più sembrano un paese stanco, che non riesce a reinventarsi e deve dunque rifugiarsi in vuote parodie del passato, un impero che vacilla, una nazione vittima di qualche violenta, idiotica psicosi che sta cominciando a divorare se stessa e che sembra ormai incapace di autodiagnosticarsi il male e di trovare una cura ai problemi esistenziali che la affliggono, uno stato che sta venendo smantellato da una cricca di mitomani, avvoltoi e fascisti da reality show.
Il mondo cambierà, questo è certo, ma come?

 
 
Emiliano Santoni 
Thomas Kuljaca

Galleria

KLAUDIA HAJDARKOLAJ

Il 2025 non si spiega.
Si attraversa.
È frammentato, teso, carico.
Fatto di silenzi e di emozioni che non cercano risposte, solo spazio.
Il buio non è assenza.
È presenza continua.
È fragilità esposta, pensieri che tornano, peso che resta.
Ogni segno conta.
Nulla è definitivo, ma niente passa senza lasciare traccia.
Queste opere non raccontano il 2025.

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Jessica Franceis

Questo incontro con l’artista Jessica Franceis ha portato a guardare l’arte da una prospettiva completamente diversa e innovativa. Non solo attraverso il suo lavoro, ma nel modo in cui l’arte può diventare casa, rifugio, linguaggio e atto politico allo stesso tempo. Nelle sue parole, la creazione non è mai separata dalla vita: nasce dalle relazioni, dalle perdite, dall’amicizia, dal gioco e dalla rabbia trasformata in cura.

Come ti chiami?
Jessica
Come stai?
Bene, grazie
Qual è il tuo rapporto con l’arte?
Io credo che la mia arte sia molto connessa alla mia vita in generale; praticamente la mia vita non
esisterebbe senza la mia arte, e viceversa la mia arte non potrebbe esistere senza avere un legame con
la mia vita. Sarebbe molto difficile distaccarmi dal mio lavoro artistico, in un certo senso, poichè influisce
su ogni aspetto della mia vita: le emozioni, le amicizie e credo che questo sia bellissimo perchè queste
ultime fanno parte della mia arte, e tutto ciò esprime davvero un senso di comunità. Dunque, questo è il
mio rapporto con l’arte.
Io penso che siano molto complessi questi aspetti della tua vita. Come gestisci questi aspetti? Come lo vivi?
Io credo che sia una cosa che mi viene naturalmente, in maniera spontanea. Penso che il mio lavoro
artistico sia molto intuitivo; io non creo perchè penso ci sia il bisogno di farlo o altro, è solo nel
momento in cui mi arriva l’ispirazione che sento che c’è qualcosa da dire. E’ come se ci fosse un
messaggio, un signficato. E’ in quel momento che avverto il bisogno di entrare nella mia arte. Sento che
trovo ispirazione nelle persone intorno a me, nelle cose che vedo, nei suoni che sento, nelle
conversazioni. E’ lì che tutto si unisce.
Che valore ha per te l’arte? E che valore hanno le tuo opere?
Mi piace concentrarmi prima di tutto sulla femminilità e fare in modo che le persone, soprattutto nella
fotografia, ma anche quando vesto le persone nella moda, si sentano rappresentate per come si vedono
loro. E’ come un effetto specchio: voglio che si sentano libere nella loro completa divinità in qaulità di
essere umani. Questo soprattutto con le donne: mi piace che siano femminili, ma in senso energetico,
non nel senso stereotipato di “donna”. Si tratta di una femminilità vigorosa.
E poi mi piace che le mie opere fotografiche siano quasi una fuga surrealista dalla vita quotidiana,
perchè la vita è molto pesante: succedono tante cose nel mondo e anche a livello personale; per questo,
quando includo i miei amici e le persone che incontro, nelle mie opere, voglio che si sentano in un
mondo di fantasia, dove possono giocare e divertirsi. Spero che questo si possa percepire nel risultato
finale, quando si guardano le mie foto. Ecco, peso che sia proprio lì che risiedono i valori delle mie
opere.
Come nascono le tue opere?
Esattamente così: non penso a niente in particolare, lascio semplicemente che arrivino. Magari cammino
per strada e sento qualcuno dire qualcosa in una conversazione e boom, mi ispira; oppure ricordo un
cartone animato che mi piaceva, un ricordo, una storia, poi collego cose apparentemente casuali per
creare un unico pezzo. Magari oggi mi ispira la tua giacca, ma in realtà è solo la texture; poi mi ispira
quel poster laggiù… e provo a fonderli insieme. Ad ogni modo, cerco di non forzare troppo l’arte, di
lasciarla fluire e penso che il risultato sia bellissimo così.
Qual è il tuo processo creativo?
Tutto inizia dal gioco: voglio divertirmi. Se non è divertente, non vedo il senso di farlo. Soprattutto
perchè nei miei lavori affronto temi molto pesanti, personali e tristi. Dunque, ne consegue che se non li
affrontassi in modo leggero e giocoso, diventerebbero troppo totalizzanti. Si parte dal gioco e poi,
giocando, trovi la serietà. Non si tratta di immaturità: è curiosità e leggerezza. Rimango curiosa verso la
mia stessa arte.
Da cosa nasce il tuo bisogno di creare?
Da un enorme vuoto nel mio cuore. Da un periodo di grande perdita, in cui ho perso tutto. In questo
contesto, l’arte è stata una linea di salvataggio per tornare a me stessa. E’ stato come tornare a casa. Mi
dispiace che nasca da una perdita, ma mi fa sentire un po’ un’alchimista: riesco a trasformare qualcosa
di brutto in qualcosa che mi fa sentire al sicuro, protetta. Non avevo una famiglia, delle persone. L’arte
mi ha permesso di creare il mio mondo e di farvi entrare le persone che amo. Per me l’arte nè un luogo
sicuro, ma è anche il modo in cui guardo il mondo.
Come hai vissuto creativamente questo 2025?
E’ stato un anno in cui la mia creatività non era fissa, nulla di definitivo; però le mie intenzioni erano
molto chiare nel modo in cui fotogravo i miei amici, nei lavori che accettavo, nelle persone che
incontravo. E’ stato un anno bello ma pesante, pieno di femminilità divina. Attraverso la creazione, ho
anche imparato a essere donna.
Come hai vissuto politicamente questo 2025?
Quest’anno mi sono infuriata in un modo che sentivo potesse portare a un cambiamento. Ho cercato di
non usare la rabbia in modo distruttivo, ma per partecipare alle proteste, usare la mia macchina
fotografica per documentare ciò che era importante: free Palestine, free Sudan, free Congo, free Tigray.
Libertà ovunque. Mi sono sentita più coinvolta politicamente, e voglio esserlo ancora di più.
Credi che la tua arte parli di politica?
Sì, perchè è inevitabile. Tutto è politico. Anche amare le persone è politico. Usare il colore è politico,
poichè il fascismo cerca di togliere colore al mondo, di renderlo grigio. Se continuassi su questa strada di
curiosità, femminilità, amore, questo è il messaggio politico che mi piacerebbe diffondere: ispirare le
persone a smettere di odiarsi. Il nostro potere in quanto essere umani è quello di amare e condividere
questo amore anche attraverso l’arte.
In che modo ne parla?
Attraverso l’amore credo che possiamo cambiare davvero le cose. Da soli siamo piccoli, ma insieme, nel
mutuo aiuto, abbiamo il potere di fare qualcosa. Aiutare il vicino di casa, le persone per strada, con i
piccoli gesti; non deve essere necessariamente un aiuto economico, ma anche seplicemente emotivo,
fare qualcosa per migliorare la giornata di qualcuno. Fare del bene ogni giorno, provare a essere persone
migliori.
C’è qualcos’altro di cui vuoi parlare?
Credo che un altro punto importante della mia arte su cui mi sono concetrata quest’anno riguarda il
ruolo della fantasia e delle muse. Voglio cambiare il modo in cui le muse sono viste fin dal passato: non
come oggetti, ma come persone. Voglio mostrare i miei amici come li vedo io, in modo fantastico ma
reale. Non voglio distorcere la percezione di chi sono loro, ma voglio farli giocare nei panni di altri
personaggi. Un po’ di fantasia, ma restando sempre veri, reali.
Vorresti parlarmi della tua prossima mostra?
Sì, perchè sono davvero molto emozionata all’idea. La mostra incapsula tutta questa idea sul giocare con
la fantasia rimanendo sempre nel contesto del reale. E’ tutta sull’abbandonare la perfezione, seguire il
flusso, celebrare la bellezza quotidiana, le amicizie, Roma. Roma mi ha dato tantissimo: lo spirito
romano, italiano, è rivoluzionario. Il mio prossimo progetto parla di amicizia, legami, sostegno reciproco.
Celebrare tutto: le grande e le piccole vittorie.
Grazie per avermi invitata.

Testo a cura di: Ludovica Notarnicola 

Giovanni Carlucci

Giovanni Carlucci decide di avvalersi alle parole di “Oh me! Oh Life!” di Walt Whitman, restituendo così ai fruitori la parola di forza e di resilienza espressa dalla opera.Il suo intento è porre di fronte a quante più persone possibili un messaggio di trionfante speranza, e far in modo che questa visione di vita possa farsì spazio nello spirito degli emarginati e dei rassegnati, così da far presente, a tutti coloro che si sentono oppressi, che anche la loro voce è presente in questo potente spettacolo senza fine.

Alice Fatone

L’artista Alice Fatone, attraverso le sue fotografie, costruisce il suo personale racconto delle manifestazioni pro Palestina svoltesi tra Roma e Milano tra il 2023 e il 2025. Le sue fotografie ricercano nei volti che caratterizzano le proteste, il senso di comunità, dell’appartenenza che sembra spesso perduto, la diversità in una collettività che vuole trovare un nuovo punto di unione. I momenti di forte impatto emotivo e di cruda realtà, la tensione, il dolore e la determinazione che attraversano i corpi e i volti dei partecipanti diventano frammenti di un movimento molto più grande. Il lavoro di Alice si configura come una testimonianza visiva intensa e consapevole, capace di coniugare documentazione e sensibilità artistica. Lo scopo non è la sovversione violenta e radicale del sistema, ma la riappropriazione di una propria empatia nei confronti dell’Altro, cercando di creare un rapporto quasi personale con i soggetti e i momenti immortalati.

Le Poesie de L'Orrore

7.400 a.c.

Per rubare Rubiamo,
Per arricchirci
Ci arricchiamo,
Per armarci
Ci armiamo,
Per uccidere
Demiurgo materiale
“Luce” del progresso
Macchina intelligente Generatrice di profitto
A 7.400 anni luce da qui una macchina produce graffette.
Soldi,
Per fare più soldi,
Per fare più soldi,
Per fare più soldi,
Per fare più soldi,
Per fare più soldi,
Per fare più soldi,
Per fare più soldi…
Ladra di energie
Hai distrutto un pianeta,
Poi un sistema solare,
Poi una galassia
7.400 anni prima di Dio nasce la mano invisibile.
 
Omar Feroci

Tutti a Zanzibar

Sempre più veloce,
Più confuso
…farà sembrare la tua pelle dieci anni più giovane…con i saldi invernali è il momento di andare su…per i miei amici a quattro zampe io scelgo solo…investire è facilissimo con…è biologicamente testato che…ci prendiamo solo la massima cura dei nostri clienti…è il miglior sito di informazioni su tutti gli sport…sono Jannik Sinner e ogni mattina…
Più grande,
Più proficuo.
Algoritmo creatore (manipolatore) di mondi
Io non voglio accettare la tua realtà
Non voglio sottomettermi
Io non voglio offrirti il mio corpo e la mia mente.
“Quel vecchio porco schifoso mi ha palpato i coglioni!”
Altro giro, altra corsa
Ma a sto giro so io che facciamo
Ce ne andiamo
Tutti (8mld) a Zanzibar
Tutti a Zanzibar
Tutti a Zanzibar.
A massacrarci a vicenda
Una volta per tutte
Una volta per tutte
Una volta per tutte
E tutte per una!
Non vedi, dopotutto, l’orrore che avanza?
 
Omar Feroci

Umiliandomi

Nascere creare e poi morire giovane
Se non esiste destino
Mi son creato solo questo patibolo
Vecchi errori in cui riscivolo
Credo intrinseco per cui mi sacrifico
Dipendenze a cui non resisto
Il piacere superficiale di cui mi ricopro
Non può cancellare Il dolore viscerale per il quale mi umilio
Terribile
 
Yawn

Mutanti/Eoni

Droghe eccitanti
Zero inibizioni
Facce da mutanti
Anime da eoni
Fiori già appassiti
Stracolmi di nettare
Nettare degli dei
 
Yawn

Bagno nel liquor

A cura di Mario Albanese

Assioma parte 1

Abbiamo mollato la presa, ci siamo distanziati. Sapevamo di doverci allontanare da quando ci hanno insegnato che i figli sono altri da noi, non estranei, ma nemmeno del tutto avvezzi ai nostri più intimi meccanismi e procedimenti mentali. Certo, un figlio può prendere buona parte del carattere dall’uno o dall’altro genitore, ma anche nei casi in cui il frutto non è caduto poi tanto lontano dall’albero su cui è cresciuto, il frutto rimane frutto, incapace, magari, di svolgere la fotosintesi clorofilliana, ma pur sempre ammantato da un colore fra i più apprezzabili, conosciuto per il suo gusto inconfondibilmente dolce, e per di più fonte delle vitamine più benefiche. Vale a dire che, se l’arancia dall’arancio prende il nome, e dall’albero padre ha recepito come sdoganato il vizio del fumo e ha imparato che, tutto sommato, alle donne piace fare storie per il gusto di avere l’attenzione dei mariti, e che la stragrande maggioranza delle donne si dedica alle mansioni domestiche perché è in tali mansioni che le donne eccellono, è vero anche che un’arancia ha facoltà del tutto diverse dal tronco da cui è caduta. Un’arancia può formulare pensieri per immagini, mentre l’arancio li formulava a parole o viceversa, un’arancia può essere colta senza che le vengano recise un paio di foglie paterne, e di queste può fare dunque grande sfoggio posando in svariate rappresentazioni di natura morta, un’arancia può, essenzialmente, avere un carattere del tutto simile a quello di suo padre o di sua madre agli occhi di chi i genitori li conosce sin da ragazzi, o di chi, comunque, dei genitori ha idee ben precise, e allo stesso tempo, un’arancia, può nel profondo rasentare vette del tutto inesplorate dall’arancio che la custodì in principio nelle proprie gonadi. Sapendo che i nostri figli potevano renderci orgogliosi a modo loro, sapendo che potevano imitare, crescendo, il nostro essere scorbutici o la nostra passione per il calcio senza essere in ciò una riproduzione o un’estensione di noi stessi, li abbiamo lasciati andare, li abbiamo lasciati vivere. Li abbiamo visti come individui, nati da noi e con il nostro essenziale contributo, ma liberi di muoversi a loro discrezione entro l’incommensurabile caos che chiamiamo “mondo” o “società”. Il primo stadio del lasciar andare il proprio figlio può coincidere con la consegna del telefono cellulare una volta che il suddetto abbia raggiunto l’età da scuola media o, prima ancora, può avere un importante passo in avanti con la console videoludica regalata per il compleanno o a Natale, con l’istallazione della quale in un nucleo domestico ha inizio una lenta battaglia sulla regolamentazione del tempo che un ragazzino può passare osservando e manovrando la propria incarnazione virtuale. Per molti figli la lunga strada dell’emancipazione dall’autorità genitoriale ha il proprio inizio marcato sul finire della scuola materna, nel momento in cui i genitori lasciano che i figli trascorrano i propri pomeriggi piantati di fronte ad un televisore, senza che i genitori stessi debbano essere coinvolti su quanto, come e che cosa sia la loro fonte di intrattenimento. Al giorno d’oggi l’emancipazione adolescenziale porta i figli ad avere una vita domestica ed una vita privata, nascosta o ignorata dai loro genitori; si arriva finanche ad avere una vita “di casa” ed una “di strada”, nei casi più estremi. Questo fatto è per tutti i versi comprensibile se si considera che in adolescenza si configura il sé che l’individuo sarà nella prima età adulta, con tutti i successivi mutamenti del caso. È nondimeno necessario considerare che lo svincolarsi, più o meno momentaneo, dei figli dalla tutela genitoriale è per loro fonte di rischi virtualmente infiniti. Girare intorno a questo dato di fatto sarebbe inutile una volta che ci siamo addentrati in questo tema. Le motivazioni che spingono chi scrive ad esordire con tale premessa non rasentano in alcun modo la condanna di tale fenomeno, né questa nota finale nasce allo scopo di sconfessare l’opinione di chi nelle controversie dell’odierna gioventù individua il vizio di un’epoca. Qui non si fa la morale a nessuno. È altresì ritenuto, se non del tutto superflua, quantomeno di sufficiente trascurabilità un’ulteriore digressione sul fatto che la sempre più precoce assunzione di potestà sul proprio agire da parte dei figli non sia un fenomeno che caratterizza la società tutta, ma determinate branche della stessa, relativo a talune situazioni e non ad altre, per farla breve. Non ci si vuol mostrare superiori, né ammorbare oltremodo il lettore. L’unico intento dell’inizio di questo capitolo è che al lettore resti impresso un assioma: un individuo munito di totale libertà d’azione, effettuale o percepita al punto da risultar tale agli occhi del soggetto, e sicuro inoltre di non avere scampo dalle proprie responsabilità in relazione ad ogni prodotto del suo agire, è un individuo fragile, vulnerabile, un mucchio d’ossa fatte di vetro. E siamo tutti individui con una relativa, paradossalmente totale libertà d’azione, siamo tutti padroni di noi stessi. Se il libero arbitrio sia un fatto reale o un’illusione del soggetto non ha senso che sia qui discusso, sia pure per ignoranza del narratore. Col timore di scadere nel banale- se il lettore non ritiene che vi si sia già scaduti- la narrazione è ora matura per spostarsi sui soggetti dei fatti che seguiteranno a venir esposti, che hanno atteso finora di esser presentati. È tempo di parlare di arance in momenti di massima lontananza dall’albero su cui sono nate, di arance il cui arancio sarà soltanto un ricordo evocato involontariamente e con note di rimossa colpevolezza. Ludovica era di buona famiglia, di ottima famiglia per il gusto degli appartenenti alla medesima classe sociale. Ludovica era un gradevole volto occhi marroni, quest’ultimo tratto non accomunabile a quelli che la giovane aveva fuori dal comune. Non era voluta da una stragrande maggioranza per una supposta, ma mai discussa, frigidità. Eppure, aveva qualcosa, come spesso si dice quando non si vuol ammettere o si ignora che l’attrazione nasce il più delle volte per puro caso. Ludovica “aveva qualcosa” per il giudizio di molti, ma un numero ridotto di questi molti la trovava effettivamente interessante, e ancor meno la conoscevano al punto da riconoscerne la simpatia. Ad un corpo che i coetanei eterosessuali e di sesso maschile avrebbero giudicato “nella media” – apprezzabile ma non incredibile, per tradurre- si accompagnava un carattere deciso e tagliente, con il quale convivevano svariati elementi afferenti alla personalità e al gusto comunemente considerati in tutto e per tutto femminili. A diciassette anni Ludovica Ferrara ne compiva diciotto, e si rendeva conto di essere sola al mondo. Questo suo “rendersi conto” tendeva più al “credere con sempre maggior convinzione” che ad una vera e propria acquisizione di consapevolezza. Pur non volendo qui screditarla o denigrarla per le sue convinzioni, è chiaro che per una ragazza di quasi diciotto anni, con due genitori, due fratelli ed un cane, sia particolarmente difficile essere totalmente sola. Pari modo, sia chiaro, la così percepita acquisizione di consapevolezza di Ludovica non significava, per come lei stessa la intendeva, la realizzazione di non avere persone a cui rivolgersi in caso di difficoltà- se consideriamo anche che gli amici non le mancavano- quanto la crescente preoccupazione di non avere altri individui a cui aprirsi, con l’aggiunta del terrore che se avesse schiuso la propria interiorità a qualsivoglia essere umano non sarebbe stata compresa; non poteva in nessun modo a parole descrivere se stessa, non riusciva a tirare fuori il peso ed il dolore del crepitio cefalico che costantemente la attanagliava, e non voleva riassumere il tutto temendo di ridurre tutte le sue incertezze a frasi fatte e pianti circoscritti. Viveva nella paura, e non sapeva che cosa la spaventasse concretamente, lei il cui sarcasmo aveva deriso decine di amici insicuri. Un essere umano che si rende conto di essere umano, se volessimo riassumere il paragrafo con una formula più incisiva. Sapeva anche di non essere l’unica, sapeva che il terrore e l’ansia e la preoccupazione, la nevrosi e l’ossessività e la frustrazione, sono condizione generalizzata dell’umanità tutta, a rotazione, e con tutte le dovute mancate ammissioni di colpa. Ludovica Ferrara si svegliò un pomeriggio della prima estate col cuore in gola, la fronte sudata, e la pressante sensazione di aver sognato chissà quale tipo di sofferenza. Non aspettò trenta secondi per accendere il telefono e controllare eventuali messaggi, novità, qualcosa, qualcosa che in qualche modo la smuovesse. Aveva dormito due ore subito dopo aver mangiato, e ora non aveva nulla da fare fino a sera, se effettivamente quella sera avrebbe poi visto i suoi amici. Ancora non ne aveva la certezza. Le sue amiche non le avevano scritto, e i suoi amici mostravano una negligenza ancor più grande per il suo frenetico desiderio di uscire. Così, più o meno, viveva da tre settimane. Quel giorno a casa non c’era nessuno. Dopo aver fatto debito uso dei servizi igienici di casa sua si mise nella vasca da bagno dimenticandosi la tazzina di caffè lasciata in cucina. Rimase a occhi chiusi per dieci minuti scarsi, cercando di aggiogare il rilassamento della mente a quello del corpo. Ma la mente non la scioglie nemmeno il sonno. Quasi al settimo minuto di simulata calma e di silenziose paranoie si ricordò della canna imboscata in un cassetto di camera sua mai ispezionato dai suoi genitori. Finse con se stessa di rimuginare sul da farsi per tre minuti, in quella che, nei fatti, era una mera posticipazione del movimento di un corpo intorpidito. Si trasportò in camera sua tracciando una scia di pavimento bagnato, recuperò quanto le serviva e si ributtò nel bacino d’acqua incandescente. L’accendino ebbe lo scopo non premeditato di accendere una candela al profumo di cannella, che Ludovica si ricordò di spegnere fin troppo tardi per i livelli di saturazione di anidride carbonica che si verificarono nella stanza. Il bicchiere di plastica a bordo vasca, adibito a posacenere e riempito con un dito d’acqua, raccolse in tempi record tutta la cenere che la fumata produsse, ma Ludovica non poté accorgersene in quanto in bagno non c’erano orologi e il telefono era troppo lontano perché Ludovica potesse avere l’ardire di uscire di lì una seconda volta. Il tempo, poi, aveva iniziato a dilatarsi più in fretta del solito. Per due minuti che scorsero zoppicando, in relazione al ripetuto incespicare dei pensieri di Ludovica, questi ultimi cercarono disperatamente di rivolgersi proprio al fatto che di solito il telefono lo lasciava ad una distanza raggiungibile dal suo braccio destro senza che il resto del corpo si scomodasse; non riusciva però a tradurre ciò in frasi, né a regolare le manovre mentali che in apparente autonomia si susseguirono per un’immensa ora parallelamente ad un declino dello spaesamento che decollò ad un’ora e dieci dall’assunzione di THC. Nell’arco di due ore avrebbe riavuta la sua cognizione di causa, seppur col contrasto di una sopita stanchezza. Intanto pensava scoordinatamente e per immagini, ignorando le rughe che le si accentuavano sulle mani. Con gli occhi semichiusi, che apriva del tutto ogni qual volta sopraggiungeva la tentazione di chiuderli completamente, piombò in classe scontornando i volti di tutti meno che del professore. Che professore era? Un attimo fa lo ricordavo e già non lo ricordo più, avrebbe pensato se avesse avuto la facoltà di periodare. Dalla scuola si vide con amici e fu felice delle conversazioni senza parole che le attraversarono le orecchie. Ce ne fu qualcuna e con persone diverse prima che si ritrovasse nella vasca, nuda, e con un principio di freddo. Cercò di ricostruire il come si era ritrovata lì, e in quella posizione. Non riuscì a superare la metà di un’intuizione, ma si accontentò ricordando il fine, quantomeno teorico, di un bagno. Si strofinò ovunque sentendosi sporca, ed ebbe godimento al pensiero di essersi tolta lo sporco di dosso. Ma lo sporco era ancora lì con lei, le galleggiava attorno. Era con lei nella vasca. Fu uscendo che si ricordò del telefono, e dei messaggi, e che voleva uscire di casa a tutti i costi. Ma nessuno si era ancora deciso a scriverle. Per racimolare una serata fu costretta a fare più di una chiamata.