LA FOTOGRAFIA COME MEGAFONO














AMERICA FUCK YEAH!
Le tensioni interne che per decenni sono state ignorate dalle élite politiche americane stanno venendo a galla in modo incontrollabile, con un crescente dilagare della violenza. Dopo 10 anni, la guerra culturale che ha caratterizzato la politica americana dalla comparsa di Donald Trump in poi
sembra essersi conclusa, o perlomeno acquietata, e i nuovi repubblicani, i reazionari, i fondamentalisti religiosi, i baroni del petrolio e del carbone e tutta una serie di patetici soggetti nazistoidi e fascistoidi (se non proprio nazisti e fascisti) ne sono usciti vincitori; Il risultato dell’elezione di novembre 2024 non ne è che la dimostrazione pratica.
Non c’è da stupirsi della vittoria di Donald Trump, egli ha saputo intercettare e dirottare ai suoi scopi la rabbia di quegli americani dimenticati dall’ establishment democratico, dei contadini del MidWest, degli abitanti della Rust Belt abbandonati a loro stessi con lo spostamento oltreoceano delle industrie pesanti, delle minoranze socialmente conservatrici, e degli anziani che si sentono minacciati da un mondo che cambia troppo in fretta; tutto ciò a fronte di un decrepito Partito
Democratico, da una decade incapace di superare una pedantesca retorica considerabile catalizzatrice della sconfitta subita, un Partito Democratico capace di porsi e di proiettarsi unicamente in reazione alle porcate della nuova destra populista: è quasi impossibile individuare un programma, un filo conduttore o anche solo progetti politico-economici nella campagna della Harris, in ultima analisi, non è azzardato sostenere che non ve ne siano. Lo slogan democratico che ha fatto più rumore è stato BRAT! (“mascalzone” … “bambino viziato” o “indisciplinato”) titolo del sesto album della cantautrice britannica Charli XCX. Pur non avendo nulla contro Charli XCX o il suo album, bisogna riconoscere l’inadeguatezza della formula nella lotta all’avanzata del fascismo, soprattutto se messa a confronto con il make America great again di Trump, che ha saputo cogliere la frustrazione di un’ampia fetta di americani frustrata dal senso di impotenza. Dunque, a gennaio 2025 Trump si è insediato alla Casa Bianca e ha immediatamente messo in atto il suo confuso, a tratti bislacco, e certamente spaventoso programma politico. Sono iniziate così le deportazioni promesse durante la campagna elettorale: spesso veri e propri rastrellamenti condotti arbitrariamente (avere la pelle marrone e qualche tatuaggio sembra bastare per essere sbattuti dentro al CECOT, mega prigione hitech fatta costruire dal cryptodittatore salvadoregno Nayib Bukele). La retorica dell’odio è stata spinta a livelli che 10 anni fa sarebbero stati inaccettabili in qualsiasi dibattito pubblico ed è cominciato un vero e proprio processo di “fascistizzazione” della cultura americana, esemplificativi di ciò sono i saluti fascisti di Musk prima e di Bannon poi che, almeno nei primi mesi dall’insediamento di Trump, erano stati i principali “cavalieri” del presidente, aiutandolo (il primo grazie alla sua presenza online e a una montagna di soldi, il secondo col suo acume politico) a vincere l’elezione.
La morte improvvisa di Epstein (suicidio o no) aveva fatto scoprire al grande pubblico meno interessato politicamente il suo peso all’interno delle trame della politica americana ed internazionale, scatenando un’ondata di sdegno ed esacerbando la già decennale diffidenza nei confronti delle élite politiche ed economiche, in gran parte democratiche. Del coinvolgimento di DJT nel fattaccio non c’è mai stato mistero. La sua amicizia diretta con il magnate ed i suoi viaggi nell’isola privata erano sotto gli occhi di tutti e lo stesso presidente non lo ha mai reso segreto, ma è riuscito, per sua abilità e per la totale inabilità dell’altra parte, a sviarsene smarcandosi dalle accuse. La totale cecità fideistica di una parte dei suoi elettori e lo scontento popolare per il passato governo hanno fatto sì che la questione passasse in secondo piano, e la sua promessa di combattere la “Cricca di pedofili democratici” non ha fatto altro che confermare la sua volontà di ergersi a paladino del “vero popolo onesto e lavoratore”. Il Tweet dà una prima stoccata all’amministrazione già colpita da insuccessi e gravi fallimenti, instillando dei dubbi più grandi nell’elettorato (anche tra i suoi più strenui fan) che vanno oltre la mancata sicurezza economica rattoppata da promesse vuote di: “è solo una fase, andrà meglio” tant’è che a dicembre si ritrova obbligato a far rilasciare all’FBI i vari dossier e le prove raccolte contro Epstein dai procuratori, ovviamente redatte e oscurate in modo da nascondere l’invece ben nota amicizia tra il presidente e il miliardario pedofilo trafficante di esseri
sentimenti cristiani e ritorno al passato. Nulla è più esemplare del fallimento morale della questione quanto il tentativo di riabilitarsi agli occhi del pubblico tramite la forza, in puro stile poliziotto del mondo, spostando l’attenzione sulla politica estera ogni volta che i guai si fanno troppo vicini. L’operazione “Midnight Hammer”, condotta contro i siti nucleari iraniani di Natanz ed Esfahan nella notte del 22 giugno (ed il suo presunto successo), ha sicuramente aiutato a sviare il più possibile l’attenzione sulla chiara disfatta interna relativa al caso Epstein e dare un nuovo senso di unità, vera o presunta, tra i suoi. La necessità interna si è perfettamente unita al tentativo disperato di chiudere il più velocemente possibile un altro fronte spinoso e grave come quello israelo-iraniano che, nei mesi passati, era diventato troppo caldo per essere maneggiato e che avrebbe stravolto i tentativi isolazionistici del POTUS.
arroganza da film d’azione all’americana così come da tentativi frettolosi e buffi di terminare conflitti
decennali con una stretta di mano e compiacere la voglia del presidente di essere visto come il
pacificatore, tanto da essere stato proposto in più casi (vedasi il caso della risoluzione dell’ennesima
scaramuccia tra Pakistan e India dell’estate del 2025) come Nobel per la pace. Nobel che è stato
invece stato dato a Maria Corina Machado, attivista venezuelana anti-Maduro che non ha esitato un
istante a dedicare la vittoria a Trump, che durante l’autunno ha reso note le sue mire sullo stato
sudamericano.
Con la scusa della lotta al narcotraffico nella notte del 3 gennaio gli agenti della Delta Force
statunitense sequestrano Nicholas Maduro, capo dello stato venezuelano accusato di gestire il
cartello della cocaina “los Soles”, la scusa della guerra alla droga sembra però reggere poco quando
gli stessi americani ammettono di essere interessati ai giacimenti di petrolio venezuelani, tra i più
grandi al mondo. Trump si dedica così a quello che da più di un secolo ormai è lo sport preferito delle
amministrazioni americane, democratizzare paesi sudamericani, solo che questa volta la democrazia
non è arrivata, neanche come vana promessa: sembra infatti, secondo il Miami Herald che vi sarebbero stati colloqui tra Washington e Delcy Rodrìguez, exvicepresidente e ora presidente ad interim del Venezuela, che sembra essere il papabile successore
di Maduro. Rodríguez rappresenta l’ala liberale dell’MSV e già in precedenza aveva espresso la
volontà di stringere accordi con gli americani, non sembra dunque irresponsabile speculare che Delcy
Rodrìguez sia stata selezionata dagli americani per prendere il posto di Maduro, in una specie di
cambio di regime senza cambio di regime, lasciare al potere un madurismo ma senza Maduro, un
regime stabile e autoritario ma che permetta agli americani di estrarre il petrolio del quale sono così
avari. Ciò che più stupisce non è tanto la totale mancanza di rispetto per la legge internazionale, di cui
agli americani non è mai importato niente, quanto l’assenza di una anche solo accennata
giustificazione ideologica. Questa pragmaticità spicciola in politica estera non è in genere sintomo di
una nazione in salute.
Si conclude così il 2025 degli USA, che sempre più sembrano un paese stanco, che non riesce a reinventarsi e deve dunque rifugiarsi in vuote parodie del passato, un impero che vacilla, una nazione vittima di qualche violenta, idiotica psicosi che sta cominciando a divorare se stessa e che sembra ormai incapace di autodiagnosticarsi il male e di trovare una cura ai problemi esistenziali che la affliggono, uno stato che sta venendo smantellato da una cricca di mitomani, avvoltoi e fascisti da reality show.
Il mondo cambierà, questo è certo, ma come?
Galleria
KLAUDIA HAJDARKOLAJ





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Jessica Franceis











Come ti chiami?
Jessica
Come stai?
Bene, grazie
Qual è il tuo rapporto con l’arte?
Io credo che la mia arte sia molto connessa alla mia vita in generale; praticamente la mia vita non
esisterebbe senza la mia arte, e viceversa la mia arte non potrebbe esistere senza avere un legame con
la mia vita. Sarebbe molto difficile distaccarmi dal mio lavoro artistico, in un certo senso, poichè influisce
su ogni aspetto della mia vita: le emozioni, le amicizie e credo che questo sia bellissimo perchè queste
ultime fanno parte della mia arte, e tutto ciò esprime davvero un senso di comunità. Dunque, questo è il
mio rapporto con l’arte.
Io penso che siano molto complessi questi aspetti della tua vita. Come gestisci questi aspetti? Come lo vivi?
Io credo che sia una cosa che mi viene naturalmente, in maniera spontanea. Penso che il mio lavoro
artistico sia molto intuitivo; io non creo perchè penso ci sia il bisogno di farlo o altro, è solo nel
momento in cui mi arriva l’ispirazione che sento che c’è qualcosa da dire. E’ come se ci fosse un
messaggio, un signficato. E’ in quel momento che avverto il bisogno di entrare nella mia arte. Sento che
trovo ispirazione nelle persone intorno a me, nelle cose che vedo, nei suoni che sento, nelle
conversazioni. E’ lì che tutto si unisce.
Che valore ha per te l’arte? E che valore hanno le tuo opere?
Mi piace concentrarmi prima di tutto sulla femminilità e fare in modo che le persone, soprattutto nella
fotografia, ma anche quando vesto le persone nella moda, si sentano rappresentate per come si vedono
loro. E’ come un effetto specchio: voglio che si sentano libere nella loro completa divinità in qaulità di
essere umani. Questo soprattutto con le donne: mi piace che siano femminili, ma in senso energetico,
non nel senso stereotipato di “donna”. Si tratta di una femminilità vigorosa.
E poi mi piace che le mie opere fotografiche siano quasi una fuga surrealista dalla vita quotidiana,
perchè la vita è molto pesante: succedono tante cose nel mondo e anche a livello personale; per questo,
quando includo i miei amici e le persone che incontro, nelle mie opere, voglio che si sentano in un
mondo di fantasia, dove possono giocare e divertirsi. Spero che questo si possa percepire nel risultato
finale, quando si guardano le mie foto. Ecco, peso che sia proprio lì che risiedono i valori delle mie
opere.
Come nascono le tue opere?
Esattamente così: non penso a niente in particolare, lascio semplicemente che arrivino. Magari cammino
per strada e sento qualcuno dire qualcosa in una conversazione e boom, mi ispira; oppure ricordo un
cartone animato che mi piaceva, un ricordo, una storia, poi collego cose apparentemente casuali per
creare un unico pezzo. Magari oggi mi ispira la tua giacca, ma in realtà è solo la texture; poi mi ispira
quel poster laggiù… e provo a fonderli insieme. Ad ogni modo, cerco di non forzare troppo l’arte, di
lasciarla fluire e penso che il risultato sia bellissimo così.
Qual è il tuo processo creativo?
Tutto inizia dal gioco: voglio divertirmi. Se non è divertente, non vedo il senso di farlo. Soprattutto
perchè nei miei lavori affronto temi molto pesanti, personali e tristi. Dunque, ne consegue che se non li
affrontassi in modo leggero e giocoso, diventerebbero troppo totalizzanti. Si parte dal gioco e poi,
giocando, trovi la serietà. Non si tratta di immaturità: è curiosità e leggerezza. Rimango curiosa verso la
mia stessa arte.
Da cosa nasce il tuo bisogno di creare?
Da un enorme vuoto nel mio cuore. Da un periodo di grande perdita, in cui ho perso tutto. In questo
contesto, l’arte è stata una linea di salvataggio per tornare a me stessa. E’ stato come tornare a casa. Mi
dispiace che nasca da una perdita, ma mi fa sentire un po’ un’alchimista: riesco a trasformare qualcosa
di brutto in qualcosa che mi fa sentire al sicuro, protetta. Non avevo una famiglia, delle persone. L’arte
mi ha permesso di creare il mio mondo e di farvi entrare le persone che amo. Per me l’arte nè un luogo
sicuro, ma è anche il modo in cui guardo il mondo.
Come hai vissuto creativamente questo 2025?
E’ stato un anno in cui la mia creatività non era fissa, nulla di definitivo; però le mie intenzioni erano
molto chiare nel modo in cui fotogravo i miei amici, nei lavori che accettavo, nelle persone che
incontravo. E’ stato un anno bello ma pesante, pieno di femminilità divina. Attraverso la creazione, ho
anche imparato a essere donna.
Come hai vissuto politicamente questo 2025?
Quest’anno mi sono infuriata in un modo che sentivo potesse portare a un cambiamento. Ho cercato di
non usare la rabbia in modo distruttivo, ma per partecipare alle proteste, usare la mia macchina
fotografica per documentare ciò che era importante: free Palestine, free Sudan, free Congo, free Tigray.
Libertà ovunque. Mi sono sentita più coinvolta politicamente, e voglio esserlo ancora di più.
Credi che la tua arte parli di politica?
Sì, perchè è inevitabile. Tutto è politico. Anche amare le persone è politico. Usare il colore è politico,
poichè il fascismo cerca di togliere colore al mondo, di renderlo grigio. Se continuassi su questa strada di
curiosità, femminilità, amore, questo è il messaggio politico che mi piacerebbe diffondere: ispirare le
persone a smettere di odiarsi. Il nostro potere in quanto essere umani è quello di amare e condividere
questo amore anche attraverso l’arte.
In che modo ne parla?
Attraverso l’amore credo che possiamo cambiare davvero le cose. Da soli siamo piccoli, ma insieme, nel
mutuo aiuto, abbiamo il potere di fare qualcosa. Aiutare il vicino di casa, le persone per strada, con i
piccoli gesti; non deve essere necessariamente un aiuto economico, ma anche seplicemente emotivo,
fare qualcosa per migliorare la giornata di qualcuno. Fare del bene ogni giorno, provare a essere persone
migliori.
C’è qualcos’altro di cui vuoi parlare?
Credo che un altro punto importante della mia arte su cui mi sono concetrata quest’anno riguarda il
ruolo della fantasia e delle muse. Voglio cambiare il modo in cui le muse sono viste fin dal passato: non
come oggetti, ma come persone. Voglio mostrare i miei amici come li vedo io, in modo fantastico ma
reale. Non voglio distorcere la percezione di chi sono loro, ma voglio farli giocare nei panni di altri
personaggi. Un po’ di fantasia, ma restando sempre veri, reali.
Vorresti parlarmi della tua prossima mostra?
Sì, perchè sono davvero molto emozionata all’idea. La mostra incapsula tutta questa idea sul giocare con
la fantasia rimanendo sempre nel contesto del reale. E’ tutta sull’abbandonare la perfezione, seguire il
flusso, celebrare la bellezza quotidiana, le amicizie, Roma. Roma mi ha dato tantissimo: lo spirito
romano, italiano, è rivoluzionario. Il mio prossimo progetto parla di amicizia, legami, sostegno reciproco.
Celebrare tutto: le grande e le piccole vittorie.
Grazie per avermi invitata.
Testo a cura di: Ludovica Notarnicola
Giovanni Carlucci
Alice Fatone





















