Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!
Le implicazioni di questa frase, scritta nel 1883, ancora oggi devono risonare completamente. Con Dio infatti muore il concetto di una realtà univoca e totale, concettualizzabile, o perlomeno “scopribile”, anche se solo nei più infinitesimali dei dettagli da mente umana. Cosa resta allora? Una miriade di problemi ontologici, vetri rotti che non combaciano, un infinità di disegni contraddittori tutti altrettanto reali. L’assenza di Dio scardina qualsiasi pretesa di applicare con assolutismo i concetti umani (giusto o sbagliato, bello o brutto, reale o… irreale). Orrore, disgusto, rabbia e infine accettazione, si, accettazione: non possiamo infatti interpretare il mondo postmoderno senza basarci su questo preconcetto, a maggior ragione chi scrive e descrive la realtà si ritrova a dover rispondere di una serie di questioni che rendono la pretesa di un indagine oggettiva o che pretenda di avvicinarsi a qualche idea neoplatonica o pseuodumanistica di una verità astratta che esiste da qualche parte nell’iperuranio un idea pedantica, ridicola e arrogante.
Le elite della nuova destra mondiale sembrano aver afferrato perfettamente il concetto, nonostante esse si pongano verso il proprio elettorato come fautori di un fantomatico e irreale ritorno a un mondo semplice, dove è facile tracciare la linea tra bene e male, un mondo in bianco e nero che non è mai esistito si intenda. Non bisogna appassionarsi di politica americana per decretare che Trump è un bugiardo, e un professionista in ciò c’è da dirlo, nel corso della sua decennale carriera politica è riuscito a contraddirsi su praticamente tutto, a volte anche su base giornaliera, non è questo però il punto a cui voglio arrivare: il fatto è che proprio nell’ideologia di questa nuova destra è intrinseca un apatia nichilista e una coerente mancanza di coerenza volta all’unico vero obiettivo della politica come la intendono: accumulare potere. Quello che quasi diverte nella sua sfacciata ipocrisia è la pretesa dalla parte dei suoi di essere araldi di una realtà universale e binaria (che si rifiuta ad esempio di slegare il concetto di genere da quello di sesso biologico) e che si fa scudo dell’odioso spauracchio del “buonsenso” o senso comune” che come un macigno sui binari è capace di far deragliare qualsiasi discussione dialettica; il buonsenso, inteso in questa maniera, è l’elevazione a verità universale di quella che è il più delle volte un opinione personale e individuale.
Quando agli esseri umani viene presentata una miriade di scelte essi tendono in genere ad andare nel panico e a scegliere la strada più battuta: siamo animali comformisti, in altre parole, la superabbondanza di informazioni è dannosa quando la scarsità delle stesse a maggior ragione se svariati attori si dimostrano ben volenterosi ad “avvelenare il pozzo” con notizie false, fuffa, slop con l’obiettivo di manipolare il buonsenso, arbitro brutale della nuova realtà, cambiare la cornice per cambiare il quadro, diventare padroni della realtà per farsi padroni del futuro. Sono notizie preoccupanti per chi ha un interesse nella realtà.
Tutto è come appare.
Thomas Kuljaca
Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe in modo assoluto
Il caso Epstein ha dimostrato al mondo che buona parte delle elite mondiali è composta da depravati bavosi: essi si sono mostrati, come li sospettavamo, privi di ogni scrupolo morale e bendisposti ad usufruire dei servizi offerti dal signor J.E., noncuranti delle vite che hanno distrutto. Conosciamo ora il volto più perverso dell’establishment, lo vediamo nel ghigno del principe Andrew nelle foto che lo ritraggono a Little Saint James o nel sorriso beffardo di Donald Trump che neanche stavolta dovrà subire le conseguenze delle proprie azioni: l’impunità delle classi dirigenti sembra essere il grande filo conduttore della vicenda, a questi uomini è stato permesso di sfruttare, seviziare e fondamentalmente schiavizzare un numero sconosciuto e forse inconoscibile di ragazze spesso giovanissime, a questi uomini è stato permesso tutto, troppo.
Facce vecchie, rappresentative di un potere invecchiato e decaduto, inacidito, profondamente marcio e disinteressato ad automodificarsi; su una cosa gli esponenti della nuova destra populista hanno ragione: l’occidente è decaduto, loro stessi ne sono la dimostrazione, l’occidente è decaduto, è stato divorato dalla sua stessa avarizia, è stato fagocitato dalla brama delle classi dirigenti, delle nostre classi dirigenti, di accumulare potere; potere sull’economia mondiale, potere su una miriade di povere ragazzine, potere su tutti noi. E’ impossibile considerare Epstein come un caso isolato, una mela marcia in un cestino alternativamente sano: la fuoriuscita dei files ha portato alla luce una quantità sconcertante di immagini e di email in cui il predatore sessuale intrattiene rapporti e corrispondenze con tutto il mondo dell’alta finanza e della politica americana e internazionale, indifferentemente dal colore politico, come cantava DeAndrè “non ci sono poteri buoni”.
Non lo sapevamo, ma potevamo aspettarcelo: Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe in modo assoluto; è una cosa importante da ricordare mentre assistiamo al graduale smantellameno della democrazia, mentre assistiamo alla costruzione di fortune troppo grandi da essere concepite da mente umana, mentre assistiamo a dei cambiamenti in campo tecnologico che possono rivaleggiare col resto della storia umana.
A chi stiamo mettendo in mano questo potere?
Omar Feroci
Raul Coppietta
Galleria
Ceci n'est pas la réalité





Veronica Figliu
Rakitica
Federico Di Bartolo, in arte Rakitica, si distingue per una ricerca visiva che coniuga immaginario pop e sensibilità underground. Attraverso le sue illustrazioni grafiche, l’artista conduce l’osservatore in un universo iconografico stratificato, affascinato dai codici della popculture e dalle suggestioni provenienti dalle subculture alternative.
Il suo linguaggio visivo si caratterizza per una sintesi di elementi provenienti dalla grafica contemporanea, dall’estetica urbana e dal fumetto, rielaborati con una cifra stilistica molto personale. Ne emerge un repertorio figurativo che gioca con simboli, riferimenti e stereotipi della cultura popolare, spesso reinterpretati attraverso una lente ironica, talvolta volutamente provocatoria.
A cura di Lorenzo Federico
Aurora
Daniele Staniscia insieme alla sua troupe ci fanno immergere in un mondo, che molti uomini
vivono, fatto di illusioni, sogni e rimorsi e Paolo, fallimentare donnaiolo, è uno di loro. La storia
che lo vede protagonista è uno dei suoi tanti appuntamenti, dove però qualcosa di diverso lo
spinge a raccontare l’incontro con Aurora, motivo della sua ossessione per le donne. Siamo nel
2008, Paolo è un giovane timido e ignaro del mondo. Inizia a frequentare ad una delle tante
serate capitoline, e con lei conosce l’amore e la leggerezza della vita, il carpe diem. Il racconto
rivela come e quanto Paolo abbia idealizzato questa ragazza e consacrato i suoi valori tanto da
renderli le colonne portanti della sua vita. E qui ritroviamo Paolo, ormai cinquantenne,
incastrato in questo circolo vizioso dove la destinazione, Aurora, la donna desiderata, non verrà
mai raggiunta. Forse non è mai esistita. Il corto diventa così una riflessione su come il nostro
vivere aggrappati a un passato idealizzato, che non potrà mai più tornare, ci faccia vivere con
la visione distopica del presente.
A cura di Lorenzo Federico
Claudio Tartaglione














“Di solito dico che faccio musicavestitifotovideografiche, che è un po’ come dire tutto e niente”, così Claudio Tartaglione descrive il suo percorso, uno spazio quasi metafisico nel quale l’ironia diventa la lente attraverso cui osservare e reinterpretare la realtà.
Nel suo lavoro fotografico, immagini immerse in atmosfere bucoliche si intrecciano con elementi kitsch e volutamente grotteschi, dando vita a composizioni di forte impatto visivo. Questo contrasto, apparentemente paradossale, diventa il linguaggio attraverso cui costruisce una narrazione sospesa tra realtà e straniamento, tra leggerezza e critica culturale.
Capace di spaziare tra registri espressivi differenti, alterna uno stile grafico immediatamente riconoscibile, spesso permeato da una satira rivolta alla pop culture, alla creazione di abiti caratterizzati da tessuti estremamente lavorati e da una ricchezza nella loro costruzione. In queste creazioni la materia diventa racconto, contribuendo a generare un universo visivo coerente.
Diventando così non sono semplici elementi decorativi ma assumono il ruolo di veri e propri dispositivi simbolici, uno scudo estetico capace di proteggerci dal mondo distorto che ci circonda.
A cura di Lorenzo Federico
La Critica
“One chants out between two worlds…”
“Pensavo che un giorno mi sarei svegliata e avrei capito cosa diavolo
significasse [il mio/il mondo di/l’esperienza di] ieri. Non amo
particolarmente pensare al domani. E l’oggi sta [già] scivolando via.”
(le parole tra virgolette sono state aggiunte per facilità di comprensione)
Nikki Grace – Inland Empire
Twin Peaks ha dato l’avvio alla serialità per come essa viene ancora intesa dal pubblico e dalle produzioni televisive di oggi. Le prime due stagioni della serie TV di David Lynch e Mark Frost sono state un fenomeno culturale e mediatico, con citazioni entrate nel linguaggio comune e milioni di persone (non
fa eccezione l’Italia) che all’unisono si chiedevano: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, irrimediabilmente intrigate dal celebre incipit dell’opera. La sperimentazione col medium televisivo da parte di un regista di Hollywood permise ad un vastissimo pubblico di vedere sullo schermo di casa qualcosa che in tale
sede non aveva avuto precedenti. Una serie “seria”, come se ne sono prodotte innumerevoli negli anni che seguirono (si pensi a I Soprano, Mad Men e Breaking Bad, per menzionarne fra le più celebri), carpì l’attenzione dello spettatore medio, riunendo in un’unica storia ed ambientazione tutti i generi ed i canoni narrativi sino ad allora proposti sul piccolo schermo. Twin Peaks, che pure sfugge ad un’unica e chiara definizione per quanto riguarda il genere di appartenenza, presenta infatti ad un tempo i caratteri tipici di un giallo, di un thriller, di un horror, di un dramma, di una sit-com e di un fantasy, assumendo nel mentre la ripartizione episodica, la scelta e lo sviluppo delle sottotrame di una soap opera. In pieno stile lynchiano, inoltre, Twin Peaks non si presta ad un’unica strada interpretativa, al contrario: una moltitudine di piani di lettura si possono ad essa applicare separatamente o contemporaneamente, senza che lo spettatore abbia mai la piena certezza di aver ricostruito il processo creativo degli autori. In questa sede ci si propone di compiere un sommario commento dell’opera, così per come è stata inevitabilmente da me recepita, rivolgendosi primariamente a chi a quest’ultima ed al suo universo si è già interfacciato. Per questo fine sarà necessario fare spoiler relativi a Twin Peaks, Fuoco cammina con me e Twin Peaks – Il ritorno, si ritengano dunque avvisati i lettori meno avveduti.
Il sogno
Lo spettatore è posto di fronte all’innesco degli eventi subito dopo la presentazione degli spettacolari paesaggi naturali che compongono il circondario della fittizia cittadina al centro della narrazione. Laura Palmer è stata uccisa, e Dale Cooper, agente dell’FBI è inviato per investigare in loco, anche sulla base di un precedente omicidio avvenuto in circostanze e con modalità non troppo dissimili. Salta subito all’occhio la relativa tranquillità della cittadina, per come essa ci viene mostrata in principio: il luogo, non comunque privo di controversie e dissidi fra i suoi abitanti, sembra perfetto per condurre una vita senza grosse preoccupazioni, circondati da foreste e cascate. Eppure, qualcosa stona, qualcosa che mai del tutto viene chiarito e che finanche un’attenta analisi della magnifica conclusione che la serie ha ricevuto nel 2017 potrebbe esprimere in una maniera che non si dimostri riduzionistica. Dale Cooper appare come la personificazione del raziocinio (si pensi al suo continuo scandire il caso rivolgendosi all’assistente Diane, parlando in un registratore), ed al contempo come una persona pregna di eccentricità, che non manca mai di esser messa in mostra. Se presentandosi allo sceriffo Truman si sente in dovere di sottolineare l’importanza del caso e la preminenza che un agente federale ha sulla polizia locale, subito sposta l’argomento della conversazione sugli alberi caratteristici della zona, dimostrando immediatamente quella che negli episodi successivi si rivelerà una personalità sopra le righe avente caratteristiche come, come l’ossessione per il caffè, o le tecniche meditative e l’analisi dei propri sogni utilizzati per la risoluzione del caso. La doppia faccia di Dale Cooper può esser posta in parallelismo alla doppia faccia di Twin Peaks e di tutti i suoi abitanti: l’apparenza è nitida e luminosa, ben definita, levigata in quella che si configura quale proiezione perfetta della vita che loro stessi vorrebbero vivere; al di sotto, eppure in piena luce, il tutto risulta sfocato, arduo da scontornare, latente atrocità, oscurità e male assoluto. Il comportamento dei personaggi, le continue sottotrame sentimentali, i dialoghi imbevuti di buone intenzioni e ideali positivi appaiono spesso come un continuo indorare la pillola. Lo spettatore è portato a convincersi che tutto possa andare per il meglio, che
Cooper possa ristabilire l’ordine, non diversamente da ciò che avviene nelle storie costruite intorno all’archetipo del viaggio dell’eroe. Ma “It is happening again”, come il Gigante, personaggio onirico al centro di varie visioni dell’agente, gli ricorda. Violenza, crudeltà, malvagità, abuso, si ripetono in un
ciclo che si autoalimenta, sostenuto dall’indifferenza dei molti e dall’impotenza di chi strenuamente cerca di contrastarlo. Cooper stesso è disperatamente legato e mosso da un ideale eroico che dovrebbe portarlo alla salvaguardia della cittadina e dei suoi abitanti. Twin Peaks (come il mondo d’altronde), è però invasa e connessa ad una dimensione dalla natura malvagia e di ampia carica oscura: la Loggia Nera, sede di una serie di spiriti che sulla Terra compiono ed istigano ad efferatezze e malvagità. Nel corso degli episodi la macro-trama si svolgerà in modo tale da presentare quale antagonista principale della serie l’entità malvagia “BOB”, spirito che compie le sue crudeltà impossessandosi di un ospitante umano, per l’omicidio di Laura Palmer, di suo padre Leland. Leland ha abusato di Laura per poi ucciderla in quanto posseduto da BOB. O forse no. Forse, essendo Leland stesso stato vittima di abuso da giovane, sarebbe sempre stato portato verso tale atrocità, BOB non ha fatto altro che catalizzare il suo sentire verso l’orribile atto. Forse BOB non esiste, ed è la personificazione delle atrocità commesse dall’uomo, la personificazione che di esse Laura o Cooper hanno creato, al fine di non guardare in faccia l’evidenza. L’interpretazione della questione si sdoppia in alberi dicotomici con fin troppi rami. Si è sostenuto in altre sedi che le derive prese dalla seconda stagione non siano che il frutto degli ultimi istanti di vita della mente di Cooper: in questa ipotesi egli sarebbe rimasto ucciso a pistolettate da Josie Packard (mentre la narrazione lascerebbe chiaramente
intendere la sua sopravvivenza); ancora altrove si è detto che l’intera serie, con i media che la compongono, avvenga e si sviluppi all’interno della mente di Laura Palmer, in reazione all’abuso subito dal padre, secondo questa teoria slegato da qualsivoglia movente metafisico. Di teorie ed interpretazioni ne esistono una miriade, il fulcro della questione è però che Twin Peaks si spinge quanto più possibile ad essere una serie onnicomprensiva. Con la molteplicità di generi ed interpretazioni a cui essa si può ricondurre, giunge a rappresentare il medium televisivo di allora nella sua totalità, e dunque ad essere nel suo complesso un’organica rappresentazione del reale. La Loggia Nera, con il suo pavimento decorato con un motivo che ricorda il simbolo dell’elettricità, e le frequenti
illuminazioni dei personaggi che la popolano e attraversano con quelle che sembrano essere le luci di uno schermo televisivo, funge da punto di contatto fra esseri umani fittizi e spettatori. Il mondo di Twin Peaks è, anche ai fini della narrazione, un mondo fittizio, un mondo esistente solo all’interno della
televisione. In Fuoco cammina con me Phillip Jeffries, agente scomparso da diverso tempo, (interpretato da David Bowie) si materializza per pochi minuti presso i colleghi dell’FBI Gordon Cole (interpretato dallo stesso Lynch), Albert Rosenfield e Dale Cooper, sostenendo di aver speso gli ultimi due anni
all’interno di un sogno, che tutti viviamo all’interno di un sogno, farneticando qualcosa riguardo un’entità di nome Judy, affermando poi di aver assistito alla riunione di quelli che possiamo intuire essere gli spiriti della Loggia Nera. E’ nel “Viviamo all’interno di un sogno” che Lynch realizza una
delle allegorie principali del suo magnum opus: la televisione, il sogno, non sono altro che la soggettività che nessuno di noi può trascendere nella sua esperienza del reale. Viviamo tutti nelle nostre menti, che sono di una complessità indescrivibile a parole, e che fin troppo viene sintetizzata dal lessico scientifico. Allo stesso tempo, questo reale con cui ci interfacciamo- inconoscibile pur apparendoci così palpabile- è imbevuto fino all’orlo di cattiveria, di male, di abuso e sopraffazione dell’altro che genera ulteriore abuso e sopraffazione. La manifestazione e “mascherazione” metafisica di ciò può essere un voler
“addolcire” e rendere un minimo più digeribile la cosa all’interno della storia, o magari un voler riscuotere l’effetto contrario: mostrare i livelli di schifosità che l’uomo è capace di raggiungere. Il ritorno porta all’apoteosi quest’ultimo discorso: il piano onirico sovrasta qualsiasi tipo di narrazione,
mantenendo al contempo nella stessa la coerenza narrativa necessaria per far proseguire le vicende dei personaggi rispettando dei vaghi principi di causa-effetto. Il metafisico, il surreale, il sopra le righe, il mistero fine a se stesso, sono sguinzagliati da Lynch nei diciotto episodi che compongono la chiusura
del ciclo, al punto da poter descrivere il tutto come avente le caratteristiche e le trame dei sogni che non si ricordano al mattino, quelli sopiti dal risveglio, o scordati pochi minuti prima che ci si alzi dal letto. Se tutto ciò che l’uomo produce e dice ed utilizza per rispondere alla sua esperienza di uomo è uno
schema, un sistematizzare ciò che lo circonda, il ciclo di Twin Peaks esemplifica una vita in breve tempo, regalando allo spettatore un’esperienza umana, travolgente, incomprensibile, come è la vita, in tutta la sua assurdità.
Mario Albanese
Le Poesie de L'Orrore
Fuori tempo
Fuori tempo
Fuori dentro
A ululare al vento
Io non mento
Fuori tempo
Fuori dentro
Non sono, divento
Un infante al centro
Straniero permanente
Dilettati col tuo potere
Di trasformare il tutto in niente
Canti canzoni, consolazioni
Cercando di ignorare il fatto
Che ti sei smerdato i calzoni
Fuori tempo
Fuori dentro
Siamo uno, dieci, cento
Io non mento
Omar Feroci
C O M P LETAME N T E
Voglio una dose così elevata
Da farmi uscire di senno
C O M P LETAME N T E
Psicosi
I cavalli volano qui intorno
Ne cavalco 5
Uno nero, poi marrone, bianco, grigio e…
Celeste
Celeste? Non esiste un cavallo celeste
Lasciare lasciare lasciare lasciare
Tenere tenere tenere tenere
Buttare buttare buttare buttare
Cadere cadere cadere cadere
I cavalli mangiano davvero le mele?
Il mio più gran rimpianto?
Non aver cavalcato il cavallo arcobaleno
Cazzo
Yawn
Una corsa verso la vita...
1 centimetro, 2 centimetri, 3 centimetri; Bava sopra il cemento sotto il sole, 4 centimetri, 5 centimetri: la chiocciola avanza.
La chiocciola avanza su un dosso di cemento spaccato dal sole e dalle erbacce, parte dal cespuglio di salvia e va verso una finta anfora romana, all’interno della quale risiedono le margherite, appena innaffiate, in tutto saranno 60 centimetri.
6 centimetri, 7 centimetri.
È raro vedere una chiocciola d’estate, di farfalle, formiche, mosche e vespe se ne vedono a bizzeffe; Ma una chiocciola? Con questo caldo? È quasi straordinario.
12 centimetri, 13 centimetri.
Le sue antennine si muovono, percepiscono il mondo: i cespugli come foreste, i fiori di campo alberi altissimi, i vasi edifici monumentali.
18 centimetri, 19 centimetri.
Continua la sua corsa pazza e disperatissima contro il sole di mezzogiorno.
23 centimetri, 24 centimetri.
È qualche minuto che la osservo ormai, ma questo la chiocciola non lo può neanche immaginare.
36 centimetri, 37 centimetri.
Come potrebbe la chiocciola anche solo immaginare le forze titaniche che muovono il suo piccolo universo.
42 centimetri, 43 centimetri
Come potrebbero le forze titaniche immaginare un elemento così piccolo come la chiocciola nella sua corsa verso la vita.
54 centimetri, 55 centimetri
Una gigantesca ombra sovrasta la chiocciola e una massa infinitamente grande la schiaccia, la chiocciola cerca di nascondersi nella sua conchiglia, rifugio impenetrabile da qualsiasi minaccia esterna, che però si spezza e si apre; A terra restano i cocci, insieme a una poltiglia verde e marrone: vengo assalito dal terrore e dalla rabbia.
“Ao pa’, mi sa che hai schiacciato una chiocciola.”
“Ah, cazzo.”
Omar Feroci
Bagno nel liquor
Rito
Angelo Borsa fumò una sigaretta nell’attesa di suo padre. Incredibilmente si figurò mentalmente la confusa immagine delle ricreazioni liceali. E per la prima volta associò parole al più volte affiorato ricordo, che a sé aveva annessa una veritiera constatazione, fino ad allora inespressa. Non gli salivano
più, non lo rilassavano. Ne aveva solo bisogno.
Tastò il polso nudo, poi su di esso volse lo sguardo. Lasciò scivolare la sigaretta dalle due dita che la reggevano. Incontrò suo padre qualche minuto dopo, dall’incrocio si era spostato all’entrata del bar col genitore concordato quale luogo d’incontro per quella sera, per scoprire che quest’ultimo lo stava
aspettando lì già da un po’. Aggiornarsi telematicamente sulle rispettive posizioni doveva esser sembrato ad entrambi un dispendio troppo pesante di energie mentali. Si salutarono con un asciutto: “Ciao” a cui non seguirono altre parole fino a che i ventri dei due non si trovarono pressati lievemente
dal tavolo ligneo che li separò per l’ora e mezza successiva. Ordinarono una birra a testa. Il locale era semivuoto. Presso l’esiguo numero di tavoli si erano disposti vari gruppetti di adolescenti, senza che le panchine che su quei piani davano fossero mai stracolme di corpi. Al bancone i due baristi chiacchieravano per la maggior del tempo. Nessuno faceva più di due giri, la finestra temporale che, nel complesso, gli abitanti delle varie regioni del paese destinavano a
quella che comunemente veniva chiamata “cena” si era appena chiusa. Angelo ed il padre tamburellarono sul tavolo con le dita per tutta l’attesa dell’ordinazione. Non si chiesero: “Come stai?”, e si guardarono solo in concomitanza del primo sorso di birra. Di lì in poi si cimentarono in un gioco di sguardi, diretto dal concerto di voci che riempirono il locale. Quello che avrebbero potuto dirsi se lo dissero modulando il movimento degli occhi ed i battiti delle ciglia in base alle tonalità e all’intensità degli schiamazzi che invadevano loro le orecchie. Un ultimo divagare delle pupille di Angelo fu infine
ripreso dal padre.
“Guardami negli occhi”.
L’obbedienza del figlio lo spinse ad addolcite l’austera impersonalità trasparita nel pronunciare l’imperativo.
“Devo parlarti”.
E non avrebbe sprecato parole, anche ripetendosi o divagando. “Conoscendo bene la persona che sei diventato, e confidando nella tua intelligenza, credo che tu abbia capito cosa sta succedendo”.
“Sei un po’ generico” proferì Angelo.
“E’ il momento. Non confliggono più ideologie o ideali… o quantomeno non si scontrano idee che non si possano ricondurre al capitalismo più sfrenato. Il sipario “colorato” …” il padre di Angelo gesticolò le virgolette “…che le masse avevano imparato a conoscere e rispettare… si sta aprendo… e
dietro non c’è nulla…” Angelo non colse ancora l’occasione per esprimersi.
“E la massa sanguina per catene che stringono, anche se pochi finalmente riconoscono di esservi stretti… è la fine della Storia”.
“Sta finendo il mondo?”
“Il mondo degli uomini non è stato mai così oltre il precipizio”.
“Sai papà… ogni tanto penso che non sarebbe così… stupido parlare come le persone normali…”
“Siamo a ottantacinque secondi dalla mezzanotte”. “E non puoi dirmi che sei preoccupato che scoppi una guerra senza aforismi… e stronzate? Perché mi stai impaccando di stronzate, la sera che dovevamo solo ricordare mamma!”
“Puzzi di fumo” disse suo padre dopo qualche attimo di temporeggiamento, ed Angelo non poté non scomporsi al tono di chi evidentemente conosce un fatto non ancora di pubblico dominio. E pensò a sua madre, e a come dormiva con la testa sulla sua pancia. Pensò che l’abbracciava ogni sera e che non l’aveva abbracciata prima che morisse.
Ogni tanto si sentiva una vertebra in meno.



