Quando i bambini cominciano a giocare coi soldatini...
E’ il 28 febbraio 2026 e i cieli del medio oriente sono pieni di bombardieri americani, sono stati dispiegati da basi sparse per tutto l’imperium americano per prendere parte all’operazione “epic fury” (furia epica): capriccio voluto dal presidente biondo, forse convinto di poter facilmente replicare il successo ottenuto con Maduro in Venezuela nella repubblica islamica, è importante evidenziare come peraltro la questione abbia sopito l’ennesimo polverone innalzato dalle conseguenze delle “festicciole” di Epstein. Al fianco del POTUS si è schierato immediatamente Netanyahu il cui governo dipende dalla continuazione delle guerre genocide da lui scatenate: la sua maggioranza nella knesset sta in piedi grazie al continuo stato di emergenza nazionale da lui proclamato, ricordiamo anche che se dovesse cadere il suo governo egli dovrebbe rispondere alle corti israeliane dalle quali è accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio (sembra però purtroppo molto difficile invece che un simile criminale vedrà mai la corte de L’Aia)
Ad oggi (13 aprile 2026) le operazioni militari israelo-americane possono dirsi tutt’altro che un successo, non è bastato infatti uccidere l’anziano Khamenei per far crollare lo stato iraniano, bombardare scuole e ospedali non è servito a smuovere il popolo iraniano a ribellarsi ai propri governanti, la casa bianca ha saggiamente deciso di non inviare truppre di terra sul campo riducendo il conflitto ad uno scambio di missili e attacchi aerei, la guerra ha provocato la chiusura dello stretto di Hormuz con la conseguente esplosione dei prezzi del petrolio (della quale hanno approfittato lo stesso presidente e gli squali di Wall st. che lo hanno finanziato) con terribili conseguenze per il mercato globale dell’energia e in particolar modo per l’UE che senza il petrolio del golfo si ritrova privata della sua primaria fonte di greggio; è stata dunque una piacevole sorpresa vedere riluttanza da parte delle leadership europee nel prendere parte a questa guerra illegale, ingiustificata, inutile e campata in aria, certo non vi è stato dalle stesse neanchè un tentativo di ridimensionare il proprio entanglement nella regione medio orientale, distanziandosi definitivamente da due agenti la cui condotta è diventata pressochè indifendibile. Poco più di due mesi dopo l’inizio delle ostilità ogni trattativa intavolata è fallita e ci si ritrova pressochè in una situazione di stallo con lo stretto che resta chiuso e il medio oriente nel caos.
Questa non è certo la prima volta che gli USA si infilano ignorantemente nella politica mediorientale, ne tantomeno in quella iraniana, già nel ’53 sponsorizzando il colpo di stato contro il democraticamente eletto Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato le industrie petrolifere del paese e impiantando l’autocrazia dello shah Reza Palhavi (il cui figlio era stato in questi giorni postulato dalla casa bianca come futuro leader di un Iran post Ayatollah) che si sarebbe dimostrata tanto indemocratica e repressiva quanto il successivo regime teocratico installatosi dopo la rivoluzione del ’79, regime al quale gli stessi USA vendettero armi durante la presidenza Reagan (vedasi Iran-Contras) per poi finanziare e armare l’Iraq di Saddam nella decennale guerra combattuta contro la repubblica islamica (prima chiaramente di invaderli nella prima guerra del golfo). In vista dell’ultimo secolo di storia iraniana possiamo quindi capire quanto e perchè possa essere così radicato un sentimento antiamericano e antioccidentale nella società persiana che proprio in queste scempiaggini perpetrate dallo zio Sam trova la sua giustificazione.
Con questa guerra lo stato israeliano ha trovato l’occasione per tornare all’attacco sul fronte libanese, riaprendo ancora una volta le ferite mai cicatrizzate che lacerano il piccolo stato levantino da più di mezzo secolo. Anche questa volta il casus belli ha preso la forma di Hezbollah, gruppo paramilitare islamista che negli ultimi anni ha sostituito l’ormai stremato stato libanese in molte delle sue funzioni; Israele ha infatti imposto allo stato libanese di smantellare e disarmare Hezbollah, pena l’occupazione di alcuni territori nel sud del paese (che possiamo immaginare saranno colonizzati sul modello della Cisgiordania o del Golan) dal 2 marzo gli attacchi israeliani hanno causato all’incirca duemila morti (a confronto di due sul lato israeliano), concentrandosi anche questa volta su strutture civili quali scuole e ospedali.
Thomas Kuljaca
Europa, Madrid, Sigonella
In un altrimenti sereno 31 Marzo 2026, la stampa e il pubblico italiano sono stati assaliti da una grande emozione quando, almeno in apparenza, il loro governo aveva davvero fatto qualcosa.
I giornali annunciavano trionfanti come l’Italia si fosse imposta sul bullo d’America, proibendo il transito nella base militare di Sigonella ad alcuni bombardieri diretti verso l’Iran. Gli articoli si scrivevano da soli, anche perché fu proprio a Sigonella che nel 1985, durante il governo Craxi, si consumò la più grave crisi diplomatica tra Stati Uniti e Italia del dopoguerra, quando i militari italiani impedirono l’estradizione di alcuni terroristi palestinesi da parte dell’esercito USA. Ecco quindi un titolo del Messaggero il primo di Aprile: “Sigonella, da Craxi
al governo Meloni: la lealtà non è sudditanza”, ma abbiamo anche leader politici che hanno condiviso lo stesso fervore patriottico, come Carlo Calenda a SkyTg24: “Giusto negare uso Sigonella agli Usa” e “costruzione di un’Europa sempre più forte. Ricordo che Trump ci ha dato dei codardi e non si può più accettare di essere calpestati come siamo calpestati”.
Di fronte alle pesanti accuse di aver fatto qualcosa di buono per il Paese, non è tardata ad arrivare la smentita del governo, il quale ha messo a tacere qualsiasi voce di una rottura con Washington. I caccia americani infatti non sono potuti passare attraverso Sigonella solo perché lo proibiva il regolamento della base stipulato nel 1954. Il fatto che l’Italia per costituzione ripudi la guerra, tanto più se è contraria al diritto internazionale e miete centinaia di vite innocenti, non sembra invece preoccupare la nostra leadership.
Con il prezzo della benzina alle stelle e l’orgoglio sotto i piedi, la Meloni continua imperterrita nella sua linea di appeasement verso Trump, sostenendo ripetutamente che quello sia il prezzo da pagare perché gli americani proteggano l’Europa e non ci colpiscano con le loro temibili tariffe.
Diventa difficile credere a questa versione però se rivolgiamo lo sguardo ai nostri cugini spagnoli, che hanno assunto una linea totalmente opposta alla nostra già da tempo. Nel maggio del 2024 la Spagna aveva già cominciato a smarcarsi dalla linea atlantista riconoscendo la Palestina, diventando il primo
grande paese europeo a farlo. A giugno dell’anno scorso poi il premier Sánchez ha detto di no alla spesa militare al 5% del PIL imposta dalla NATO, e ora ha suscitato di nuovo l’ira degli americani negandogli l’uso delle loro basi in Spagna per la guerra contro l’Iran. Conseguenze? Nessuna. Certo, Trump ha minacciato di tagliare ogni rapporto economico con la Spagna, ma il presidente americano non è famoso per aver sempre rispettato le sue promesse, e oggi sulla Spagna pesa solo una tariffa del 10%, che però è la stessa identica tariffa che pesa sulla fedelissima Italia e tante altre nazione europee. Semmai una conseguenza alle decisioni di Sánchez c’è stata è stata solo una conseguenza positiva,perché quando la crisi era ancora nei suoi momenti più acuti, l’ambasciata iraniana a Madrid aveva dichiarato che l’Iran si sarebbe mostrato “ricettivo” a qualunque richiesta degli spagnoli riguardante l’attraversamento dello stretto di Hormuz.
Il socialista che tiene duro oggi non è più un italiano di nome Bettino Craxi, ma uno spagnolo di nome Pedro Sánchez. La domanda è se la sua linea politica ha un futuro, e questo dipende dall’Europa come dalla Spagna. Dipende dalla Spagna perché come Craxi anche Sánchez rischia di crollare per gli enormi scandali di corruzione che hanno colpito il suo governo, e dipende dall’Europa perché la Spagna è una nazione troppo piccola per andare controvento da sola, ha bisogno di essere seguita.
Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra senza alcun preavviso e senza alcun riguardo per gli interessi degli europei, ma in fondo perché dovrebbero aver avuto qualche riguardo per noi? Trump non è un cigno nero nella storia delle relazioni atlantiche, è solo una reiterazione particolarmente ovvia e rumorosa del fatto che le grandi potenze guardano innanzitutto ai propri interessi. Non si vuole dipingere gli Stati Uniti come un impero del male che vuole distruggerci, ma come un attore politico diverso da noi con cui abbiamo interessi convergenti su alcune questioni e opposti su altre. Questa realtà oggi fatica ad essere negata persino da agenti ciecamente filoamericani come il governo Meloni, ma nel discorso politico di tutte le nazioni europee non è ancora presente l’idea della necessità di tutelare noi i nostri interessi da soli. La Meloni infatti nella sua intervista al Pulp Podcast, chiacchieratissima per le sue dichiarazioni sulla riforma costituzionale, ha fatto alcuni commenti passati inosservati riguardo alla nostra dipendenza dall’America: ha affermato che rispetto all’influenza degli Stati Uniti “l’alternativa principale è un’eccessiva influenza cinese in Europa”, come dimenticandosi della possibilità di un’influenza europea in Europa. Sánchez invece parrebbe essere il primo leader europeo da tempo a credere in una linea indipendente,
e questa è un’opportunità che non può essere trascurata: deve essere imitato. Non tanto perché bloccare le basi USA sia giusto o sbagliato, ma perché è un’idea autonoma ed europea, che vuole rispondere ai reali interessi che decine di nazioni del continente hanno in comune.
Il problema è che gli interessi comuni degli europei sono stati messi da parte per troppo tempo, e il risultato di questo ora è scritto sui prezzi di tutti i fornitori di benzina del paese. Nella tragedia c’è però un lato positivo, ovvero che di un fallimento così plateale della nostra politica estera chiunque sarà destinato ad accorgersene, e questo è forse l’elemento più importante della crisi in Iran per l’Italia e per l’Europa: unconsenso simile a un allontanamento da Trump potrebbe non tornare mai più per anni. Sánchez (che di consenso ha bisogno a causa degli scandali di corruzione) questo lo ha capito, lanciandosi come Don Chisciotte in una carica contro i giganti. Se la sua carica lo porterà a schiantarsi contro un mulino o se effettivamente riuscirà ad abbattere questi giganti dipende anche da noi.
Francesco Russo
Menti, vidi, vici
Il supporto della popolazione, e di conseguenza l’informazione che lo crea e lo modifica, è sempre stato fondamentale in ogni tipo di conflitto. In particolare negli ultimi due secoli i quotidiani e, più di recente, i media digitali influenzano la percezione della realtà di miliardi di persone. Per un attore di qualsiasi conflitto l’efficiente controllo e manipolazione dell’informazione è un arma senza prezzo che più volte ha totalmente ribaltato il risultato di una guerra. Negli anni della seconda guerra mondiale le onde pirata della BBC fornivano ai movimenti di resistenza e ai popoli occupati aggiornamenti sulla guerra liberi dalla censura del regime nazista, tenendo viva una fiammella di speranza che l’informazione di regime tentava in ogni maniera di spegnere. Decenni dopo, durante l’intervento americano in Vietnam, la perdita di autorevolezza delle fonti di informazione filoamericane e le campagne di controinformazione portate avanti dai movimenti contrari alla guerra hanno portato a un cambio dell’opinione pubblica tale da creare la pressione politica necessaria per ordinare il ritiro delle forze armate statunitensi. Data quindi l’importanza del campo mediatico in una guerra, le parti di ogni conflitto provano da sempre a imporre la loro narrazione come quella principale, screditando la controparte avversaria e sfruttando l’autorevolezza guadagnata per manipolare l’opinione pubblica. Molte volte questo viene fatto ricorrendo alla più antica tecnica di manipolazione dell’altro, vecchia quanto la parola stessa; mentire. I servizi d’intelligence, i giornali delle forze armate e i media statali e non delle rispettive parti spesso gonfiano le perdite del nemico e nascondono le proprie, diffondono fatti dalla dubbia veridicità e talvolta si inventano bugie belle e buone.
Oggi l’informazione, in particolare quella di guerra, è radicalmente differente da quella del secolo scorso. La persona media è costantemente bombardata da immagini e informazioni, dai muri delle città agli annunci e ai contenuti digitali. L’informazione è diventata rapida, piena, senza spazio e tempo da perdere. La maggior parte delle persone, soprattutto le nuove generazioni, si informa principalmente sui social che, nonostante qualche tentativo di fact-checking da parte di alcune aziende e organizzazioni, non promuovono i contenuti in base a fattori di credibilità ma di vendibilità. Questo, unito al fatto che chiunque può condividere facilmente contenuti di qualsiasi natura, ha portato e sta portando sempre di più a una saturazione di immagini, video e notizie dalla dubbia provenienza e difficili da confermare, talvolta perfino per testate giornalistiche affermate ed autorevoli.
L’11 settembre 2025 il canale telegram Middle East Spectator ha annunciato strani movimenti di missili balistici iraniani, suggerendo un’inaspettata riaccensione delle ostilità con Israele. Varie testate giornalistiche israeliane, tra cui il Jerusalem Post, hanno condiviso la notizia e Maariv ha riportato che perfino le più alte autorità militari israeliane sono state messe al massimo livello di allerta. Middle East Spectator ha dichiarato 30 minuti dopo il messaggio originale che la notizia era una bugia bella e buona, creata per vedere le reazioni dei giornali e delle autorità israeliane. Il canale godeva al tempo di 300.000 iscritti e non è registrato come testata giornalistica in nessun paese, eppure una fonte poco autorevole come un canale telegram filo-iraniano è riuscito a mandare nel panico vari rami della società israeliana con un semplice scherzo.
Anche l’utilizzo sempre più accessibile ed efficiente dell’intelligenza artificiale rappresenta una grande difficoltà nel riconoscere notizie e prove attendibili. La maggior parte delle redazioni dispone di esperti sull’ argomento, assunti proprio per analizzare foto, video e audio e riconoscere segni della loro eventuale creazione con l’IA generativa. Il tredici giugno 2025 vari canali televisivi filo-iraniani hanno riportato di aver abbattuto un avanzato caccia F-35 delle forze aeree israeliane, fornendo un’immagine apparentemente reale come prova. Nonostante qualche sospetto sulla veridicità dell’immagine le prove e le voci erano abbastanza per convincere una fetta non trascurabile del pubblico online che la notizia fosse vera, dando vita a speculazioni sulla cattura del pilota dell’aereo. Nove mesi dopo la fonte primaria della notizia, l’Iranian State Broadcast, ha ammesso di aver fatto un errore riportando la notizia in quanto completamente falsa. Il canale ha dichiarato di aver ricevuto la notizia da un ufficiale militare iraniano poco affidabile e che l’immagine era stata creata con l’intelligenza artificiale. Questo tipo di “errore” non è per niente nuovo alle fonti d’informazione iraniane. In particolare dal rinnovo del conflitto con le forze israelo-americane i social media sono stati riempiti di video creati con l’IA che mostrano missili balistici colpire obiettivi civili e militari israeliani. Spesso questi video sono fatti in maniera rozza e primitiva ma, per una pura questione di numeri e probabilità, riescono a raggirare una minima porzione del pubblico esposto a questi video. Dopo che questo fenomeno è arrivato all’occhio dei media gli stessi profili che prima postavano questi video fittizi hanno cambiato tattica. Negli ultimi giorni queste fonti non ufficiali hanno cominciato a condividere video che mostrano palazzi distrutti e bombardamenti pesanti, dichiarando che mostrassero attacchi iraniani a Tel Aviv ed altre città israeliane. Non è difficile per l’utente medio fare una veloce ricerca e scoprire che questi video mostrano in realtà attacchi israelo-americani a città iraniane, ma di nuovo, questo tipo di disinformazione punta a convincere ancora di più una fetta di pubblico già indottrinata della superiorità militare iraniana.
La disinformazione è, paradossalmente, una parte molto importante dell’informazione, soprattutto in tempo di guerra. Mentre nel secolo scorso era facile gonfiare numeri o inventare bugie di sana pianta per via dell’esclusività dell’accesso alle zone di guerra da parte di reporter specializzati, oggi la situazione è ribaltata. Il problema rimane lo stesso ma questa volta è dovuto non dalla mancanza di fonti ma dall’eccessiva pluralità delle stesse. Quella che doveva essere una rivoluzione positiva dell’informazione, l’accesso quasi universale alla divulgazione di video e notizie, si è dimostrata invece il suo peggior degrado in secoli. Se il tuo paese non riesce ad ottenere successi militari basta inventarseli, come sempre è stato, ma a differenza del secolo scorso ora a queste falsità possono facilmente essere allegate prove, a volte abbastanza verosimili da raggirare anche fonti di divulgazione autorevoli ed affermate. Nel periodo storico più incerto della nostra storia secoli e secoli di progresso nell’informazione sembrano essere stati distrutti, senza che si possano intravedere neanche le più soffuse luci di una via d’uscita da questo tunnel di menzogne.
Giulio Pizzamei
Galleria
Magdalena Jamiska











Corpi che, attraverso contorsioni continue, mutano aspetto fino a disgregarsi e ricomporsi innuove forme: è uno dei nuclei centrali della ricerca di Magdalena Jamiska. Le sue opere mettono in scena una tensione costante tra distruzione e rigenerazione, in cui il corpo diventa spazio di trasformazione.
Ne emerge il racconto di una guerra silenziosa e ambigua, fatta di corpi segnati da imposizioni patriarcali , ideali e immaginari da decostruire, dove la frammentazione non è fine ma possibilità di continua ridefinizione
A cura di Lorenzo Federico
Haubergier
Haubergier è un brand di gioielli, accessori e capi d’abbigliamento realizzati a mano in maglia metallica. Il nome si ispira all’“haubergier” medievale, l’artigiano che un tempo forgiava le armature in maglia.
Ogni pezzo nasce dalla paziente tessitura di anelli metallici, trasformando l’acciaio inox in tessuto e la maglia in ornamento. La missione del brand è creare opere uniche che uniscono tradizione e design, evocando forza, eleganza e identità.






A cura di Lorenzo Federico
Agnese Della Guerra







Agnese Della Guerra, attraverso le illustrazioni tratte dal suo libro d’artista, riflette sui temi dellaresistenza, della fuga e del coraggio di restare. Le sue case antropomorfe, dotate di gambe e piedi, si muovono nello spazio diventando metafore della fragilità e della trasformazione del concetto di “casa”.
Queste immagini raccontano un’idea di abitare oggi instabile e in continua mutazione, condivisa da molte popolazioni costrette a ridefinire il proprio senso di appartenenza.
Il tema della resistenza emerge anche nella linoleografia “Senza paura al fianco al popolo palestinese”, dove ogni segno inciso si configura come una dichiarazione d’intenti, chiara e senza compromessi.
A cura di Lorenzo Federico
Le Poesie de L'Orrore
Odio, Amore, Indifferenza
Puoi correre,
Ma non puoi nasconderti
Puoi cambiare,
Ma continuerai a fotterti
Amo l’orrore che odio
Odio l’orrore che amo
Odio la noia,
Amo la noia
La noia:
Mi è indifferente
Voglio smettere di amare,
Di odiare
E ricominciare:
Ad annoiarmi.
Omar Feroci
Quest’oggi si bestemmia a denti stretti
Quest’oggi si bestemmia a denti stretti,
perché inconcepibile patire
il disturbo senza gli sfoghi diretti;
il vociare con il suo dire uccide
il tempo, e solerte ognuno si consuma
il suo stato emotivo ed il miocardio.
Questa materia che si muove sfusa,
questa materia cosciente che siamo
è fondata sul nulla, è slegato
dal corporeo il nostro corso interno.
Del vivere non trovo i lineamenti,
ogni scrutinio interiore è a vuoto,
percepiti son segni che lo scherno
del tenue fatto rende balbuzienti.
Mario Albanese
Non è corpo, non è carne, né voce
Non è corpo, non è carne, né voce
l’esperienza che su tutti si stampa
dal primo attimo che il pianto precoce
su tutti i sensi imprime la sua traccia.
Non un uomo, giammai un individuo,
nientemeno, nessuno è soggetto;
siamo un attimo, lo siamo in ambiguo,
non solo perché già ciechi in eterno:
non un minuto, siamo quest’istante,
il principio del secondo già scoccato,
punto sussegue punto nel mutarsi,
e non posso immergermi seduta stante
senza chieder perché: resto impigliato.
Al tutto che si fugge non so darmi.
Mario Albanese
Una persona
È morto Ammieuneur Belfani,
era una persona.
Se fosse un individuo
non lo si può dire.
È morto in due tempi
ed il secondo è stato breve.
È morto oggi,
si perderà tutto il domani.
Fu battezzato con un nome
che non aveva senso,
gli rimase un cognome
la cui unicità con lui si spegne.
Il sangue stagnante
nelle sue arterie,
la pelle che vacilla
a ogni scossone della bara,
il cuore che, ristrettosi,
è ora il pugno di un bambino,
tutta la materia-
contando anche i ricambi-
che raggruppiamo
nella definizione di “corpo”,
ha perso la sua semovenza,
e dell’anima non c’è traccia.
È morto, come da definizione.
E, comportandosi da morto,
non protesta
la tumulazione che operiamo
a questi resti,
per dimenticare il sessantennio
in cui l’involucro
che ora chiamiamo salma
alle labbra non trattenne nulla.
Lasciamoli riposare
questi mattoni
e sopprimiamo il giudizio di arroganza
verso il loro essersi disposti in modo tale
di emettere voce e di parlare.
Lasciamo riposare
questo agglomerato.
In festa augurale solamente
nel ricordo che non pretende di pensare.
Rimaniamo qualche attimo in silenzio.
¡N0, c@zzọ, ṣmɛŧŧī@m0 dı parlare!
Mario Albanese
De deo hominum
*Se ne consiglia una lettura sincopata
Noi ci comportiamo come se
dovessimo vivere per sempre,
ma nel profondo sé scorge un chiarore
ogni uomo arrovellato nei pensieri
che noi invece evitiamo
per serbare una sorta
di stato che dissimuli la miseria
derivante da quello stesso chiarore
che in verità è congenito per tutti.
È un’intuizione macabra,
un opaco lume intraducibile
dal comune pensiero discorsivo
con cui interloquisce quotidianamente
sia l’uomo comune
che quello straordinario;
è quel sapere taciuto
che la primigenia certezza
di esistere, senza alternative
verrà meno, e realmente
saremo privi di certezze,
e se residua avremo coscienza,
per qualche secondo o per sempre,
verrà la conferma dell’evanescenza
di quei pilastri che abbracciavamo
fin tanto che pompavamo sangue.
Lo si può avvertire per poco,
già adesso, il vero senso
di quest’esistenza,
perché si può cadere:
e quando si cade
si può sentire la spirale
nell’addome e nel cuore;
possiamo farci attraversare
dallo spago che percorriamo,
e così rimanere obbligati
a sopportare il peso del senso unico.
Siamo oggetti
su una spirale discendente;
possiamo accelerare la discesa,
possiamo raschiare con le unghie
il filo sottile,
possiamo voltarci,
non possiamo tornare.
È una spirale
e giace sulla sua intuizione;
e nel rivolgere questo monito
non si è meno colpevoli
di chi pretese la perennità
delle ossa passate,
dei cuori sbiancati,
della polvere che parlava
di immortalità dell’anima.
Siamo carne al vento
macellata dal tempo,
siamo ricordi
per due generazioni,
siamo numerosi
ma viviamo in noi stessi.
E forse siamo altro,
forse non siamo
il prodotto fallace del caso,
ma tutto risiede qui.
Forse siamo.
Mario Albanese
Untitled
Una lingua di asfalto scorre, frenetica.
Pensavo di trovare la redenzione,
pensavo di trovare il tepore.
Ho visto zombie arrampicarsi sulle costole dei palazzi, affamati
proliferando, riproducendosi,
fino ad essere così tanti da doversi fondere,
fino a che i loro lamenti hanno preso corpo,
generando un’ onda che ingloba ogni nota.
E così i suoni sono stati triturati,
pressati in uno strato senza volume,
lasciando carcasse di gole strozzate.
Non riesco a vedere l’altra faccia del diavolo
Puoi mostrarmi l’altra faccia del diavolo?
Ho visto maree arrendersi, ai bordi delle strade.
Letti aridi, sterili, attraversati da nubi di gas tossici.
E così ho inseguito gli spiragli di luce,
danzavano nell’aria disegnando promesse,
mi hanno avvolta portandomi con loro,
abbandonandomi sulle rocce che scorrevano:
esse spasmodiche generavano gli spettri della vita,
mi contorcevo con le loro superfici, rilasciando bagliori dorati.
Non riesco a vedere l’altra faccia del diavolo
Forse inizio a vedere l’altra faccia del diavolo
Rombi vertiginosi di ricostruzioni affamate,
occultano le perdite, la distruzione,
regalando ai vuoti promesse.
Pareti di calce grattata dai bombardamenti,
stucchi di finestre in equilibrio precario,
la cui memoria giace in tracce scure di mattoni,
che si protendono fuori da sé,
avvicinandomi.
I cornicioni scarnificati si sfaldano al mio tocco,
aprendo i cassetti che conservano il loro passato.
Mi raccontano di quando erano bambini:
le loro madri facevano loro il bagno caldo ogni sera,
ma un giorno le mani dei loro padri iniziarono a colpirli,
senza più fermarsi,
e le loro schiene si riempirono di tagli profondi,
e quando la pelle si seccò, iniziò a frantumarsi,
piano piano cadde,
e loro vennero rinnegati,
perchè avevano perduto la loro stabilità,
sostituiti perchè quello che avevano da raccontare
faceva paura.
Ora vedo l’altra faccia del diavolo
mi parla in vibrazioni che vengono da dentro
Adesso, il mio corpo è una cassa:
diffonde lamenti di vitelli sgozzati,
stigmati di sangue rappreso.
Il mio corpo è una spugna:
assorbe fiumi di lacrime soffocate
di voci interrotte, zittite, spente.
Il mio corpo è lacerato:
fenditure di unghie che ne hanno stretto la carne
in cui sono depositati strati di cellule morte.
Carne che si imprime nella memoria
che si attiva sfiorandone le cicatrici
L’altra faccia del diavolo mi sorride,
non riesco a sopportare che ancora mi controlli
Emanuela Gualano
